Marta del Grandi rivoluziona il pop italiano con un sogno tutto nuovo

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Vivere come in un film
Immaginare la vita come una sequenza di scene, quasi un copione da seguire, è un gioco mentale che molti sperimentano da bambini e che alcuni trasformano in linguaggio artistico adulto.
Nel caso della cantautrice milanese Marta Del Grandi, questa visione diventa una chiave per leggere il rapporto tra realtà, sogno e identità, soprattutto quando si vive di musica e ci si muove tra città, paesi e scene diverse.
Il confine tra ciò che è vissuto e ciò che è immaginato si assottiglia, fino a far sembrare ogni gesto una scelta di regia, ogni frase un dialogo scritto apposta per un pubblico invisibile.
Il paradosso è che, pur facendo il lavoro dei propri sogni, spesso emerge una sensazione di spaesamento: sentirsi pienamente se stessi, ma non riconoscersi in nessuna “scena” precisa, in nessuna corrente, nessun genere definito.
È il destino di molti artisti che rifiutano le etichette: cercano comunità, alleanze, collaborazioni, ma si muovono su un crinale personale, dove la gratitudine per ciò che si fa convive con il desiderio costante di trovare uno spazio condiviso in cui specchiarsi.
Questa tensione produce una musica che non appartiene davvero a un solo luogo: anche quando nasce a Milano, suona come se fosse stata registrata in un altrove sospeso tra jazz, elettronica e canzone d’autore.
A contribuire a questa impressione è anche l’uso naturale dell’inglese, che non è un vezzo internazionale ma la conseguenza diretta di un suono cercato, studiato, nutrito di viaggi, esperienze accademiche e incontri sparsi tra Belgio, Nepal e Italia.
Ogni brano diventa così la scena di un film potenziale: chi ascolta entra in un set aperto, dove il copione è solo abbozzato e molto è affidato allo sguardo personale, alla memoria e alle proiezioni di chi ascolta.
Più che un’evasione, è un modo per distorcere la realtà quel tanto che basta per renderla raccontabile.
Suoni, immagini e dettagli
Nel percorso discografico di Marta Del Grandi, i dischi si comportano come capitoli visivi oltre che sonori: ogni album ha una propria “palette”, un materiale diverso, una forma narrativa che passa anche dalle copertine e dall’ordine delle tracce.
Un lavoro può ricordare una pittura a olio, densa e avvolgente, un altro un album fotografico fatto di scatti nitidi, dettagliati, a volte quasi documentaristici, che mettono a fuoco emozioni o frammenti di biografia senza incorniciarli troppo.
L’artwork non è un accessorio: funziona come porta d’accesso a un atelier immaginario in cui l’ascoltatore viene invitato a entrare e muoversi, non più solo spettatore esterno ma presenza attiva nella scena.
Questa coerenza visiva trova un corrispettivo nei suoni: arrangiamenti semi-elettronici, fiati che aprono spiragli narrativi, strutture che preferiscono l’introduzione timida al “pezzone” d’impatto pensato per le playlist.
L’ordine dei brani diventa così una conversazione con uno sconosciuto: si parte in punta di piedi, si misura la distanza, si sceglie il momento giusto per scoprire le carte, evitando l’effetto compilation di singoli scollegati.
Non mancano collegamenti sotterranei tra un disco e l’altro, come domande lasciate in sospeso in una traccia precedente che trovano eco, senza premeditazione, in una nuova canzone.
Uno dei territori in cui questa poetica si raffina è la scrittura: testi più aperti, ricchi di possibili interpretazioni, che usano storie lontane per parlare del presente.
Un brano apparentemente semplice può contenere riferimenti colti – da Claude Debussy alla scala esatonale – intrecciati alla narrazione di una figura come Mata Hari, trasformata in metafora della libertà di identificarsi e ridefinirsi.
Allo stesso modo, pezzi dal mood più nervoso, quasi alla Talking Heads, riescono a sfiorare temi come il riscaldamento globale senza cedere né al catastrofismo né alla leggerezza inconsapevole, ma mantenendo uno sguardo lucido e ostinatamente orientato in avanti.
Viaggi, collaborazioni e autocritica
Dietro la continuità stilistica di un’artista come Marta Del Grandi c’è un lavoro sotterraneo di ricontestualizzazione: vecchi brani recuperati da periodi precedenti, riarrangiati, affiancati a pezzi nuovi che fotografano fasi diverse della vita.
Una canzone nata nel 2015 può “meritarsi una seconda vita” anni dopo, magari trasformata in duetto con una voce affine, come quella della cantautrice belga Fenne Kuppens dei Whispering Sons, e trovare finalmente il vestito sonoro giusto.
Questo approccio dimostra quanto il tempo non sia un ostacolo creativo ma una risorsa: certi materiali hanno bisogno di sedimentare prima di esprimere davvero il loro potenziale.
Il rapporto con luoghi come il Belgio e il Nepal diventa fondamentale non solo a livello biografico ma come infrastruttura artistica: lì nascono le collaborazioni di lungo corso, come quella con il produttore Bert Vliegen, figura chiave capace di garantire solidità anche nelle condizioni più estreme di lavoro.
Lavorare con le stesse persone nel tempo consente di affrontare con più coraggio le zone d’ombra: brani abbandonati, testi da riscrivere, orchestrazioni da complicare o semplificare secondo necessità narrative, senza paura di smontare e ricostruire.
Ogni nuova versione di sé passa attraverso un ascolto meticoloso, una revisione continua che spesso rimane invisibile al pubblico ma è decisiva per la qualità finale del progetto.
In questo processo si inserisce una forma di autocritica quasi spietata: quella vocina interna che, davanti a un verso o a una linea di fiati, sussurra che “è troppo basic” e spinge a cercare una soluzione meno ovvia.
Non è l’ansia di soddisfare l’aspettativa esterna a muovere il lavoro, quanto piuttosto la necessità di restare fedeli a uno standard personale di complessità, anche quando il risultato appare in superficie semplice e immediato.
Il viaggio, allora, non è solo geografico ma mentale: dalla bolla del liceo, piena di scoperte culturali, fino alla scena internazionale, ogni tappa lascia una traccia nel modo di scrivere, arrangiare, scegliere le parole e i silenzi.
FAQ
D: Perché alcuni artisti scelgono di vivere la vita come un “film” interiore?
R: Perché questa prospettiva aiuta a dare senso agli eventi, trasformando esperienze caotiche in una narrazione più gestibile e creativa.
D: In che modo l’uso dell’inglese influenza la percezione di una cantautrice italiana?
R: L’inglese colloca subito la musica in un contesto internazionale, ma è soprattutto il suono e l’estetica complessiva a farla percepire “non locale”.
D: Quanto conta l’artwork di un album nella costruzione dell’identità artistica?
R: Conta molto: copertine e immagini orientano l’ascoltatore, suggeriscono atmosfere e rafforzano il racconto sonoro.
D: Perché alcuni brani vengono ripresi anni dopo la loro prima stesura?
R: Perché con il tempo cambiano gusto, consapevolezza e mezzi tecnici, e certe canzoni trovano solo dopo anni la forma migliore.
D: Che ruolo hanno le collaborazioni nella crescita di un progetto musicale?
R: Le collaborazioni offrono confronto, sicurezza tecnica e nuove prospettive, permettendo di uscire dalla propria comfort zone creativa.
D: Come si possono affrontare temi sociali senza risultare didascalici?
R: Usando metafore, storie lontane, personaggi simbolici e lasciando spazio all’interpretazione, senza trasformare il brano in un manifesto.
D: Perché la semplicità può risultare così difficile da ottenere nella musica?
R: Perché richiede grande controllo: eliminare il superfluo senza perdere profondità è spesso più complesso che aggiungere strati e virtuosismi.
D: Qual è la principale fonte originale che ispira questo tipo di narrazione musicale?
R: La fonte originale è l’esperienza diretta di artisti come Marta Del Grandi, raccontata in interviste, conversazioni e materiali editoriali dedicati al suo percorso.




