Mara Venier difende i ragazzi: il caso Crans-Montana scuote Domenica In e divide l’opinione pubblica

Indice dei Contenuti:
Il racconto in studio e l’abbraccio del pubblico
Mara Venier ha aperto la puntata con un tono grave, lasciando spazio al silenzio e alla testimonianza. Al centro, la tragedia di Crans-Montana, l’incendio della notte di Capodanno in un locale svizzero che ha tolto la vita a molti giovani e ferito decine di ragazzi. In studio e in collegamento si sono alternati ospiti e testimoni, ricostruendo i primi minuti del rogo e il caos di quelle ore. Le immagini trasmesse hanno mostrato locali invasi dal fumo, sirene, panico, soccorritori al lavoro. La conduzione ha tenuto i tempi, senza spettacolarizzare. La commozione è emersa senza eccessi, come risposta naturale a un dolore collettivo.
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Il pubblico in studio ha sostenuto il racconto con un’attenzione rispettosa, scandita da applausi misurati. Alcuni passaggi sono stati accompagnati da brevi pause, indispensabili per riprendere fiato dopo le clip della notte. L’intento è apparso chiaro: documentare con rigore ciò che è accaduto, dare voce a chi c’era, proteggere i familiari e i ragazzi feriti da qualsiasi pressione mediatica. La produzione ha scelto collegamenti mirati, evitando sovrapposizioni e clamore; le parole hanno prevalso sul rumore.
Sono stati ricordati i movimenti delle prime ore, le chiamate d’emergenza, i trasferimenti dall’elicottero alle strutture sanitarie in Svizzera e in Italia. Il filo della puntata ha tenuto insieme cronaca, umanità e sobrietà. Gli ospiti hanno descritto le difficoltà della fuga tra il fumo, la disorientazione, la ricerca degli amici tra i corridoi e all’esterno del locale. Nessun dettaglio superfluo, nessun giudizio frettoloso: solo fatti e responsabilità di informare senza ferire.
In platea, l’abbraccio del pubblico ha dato misura del lutto condiviso. Non un tifo, ma una comunità che ascolta e si stringe attorno ai più colpiti. La scelta editoriale ha mantenuto il focus sui ragazzi e sui loro familiari, mentre la trasmissione ha modulato toni e tempi per non oltrepassare la soglia del rispetto. Il risultato è stato un racconto asciutto e partecipe, che ha offerto alla televisione il compito di fermare il rumore e lasciare parlare il dolore.
Nessuno giudichi quei ragazzi: il monito di Venier
Mara Venier ha respinto con fermezza le critiche social rivolte ai giovani presenti nel locale di Crans-Montana. Le immagini con i telefoni in mano, ha evidenziato, non descrivono consapevolezza, ma smarrimento: in quei primi minuti nessuno aveva percezione del pericolo reale. Attribuire colpe a chi era intrappolato tra fumo e panico, ha sottolineato, significa fraintendere la dinamica di una catastrofe e colpire chi è già devastato.
Il richiamo è stato diretto: “Vergogna” per chi usa il senno di poi per giudicare reazioni istintive davanti a un incendio in corso. La conduttrice ha ricordato come, nelle emergenze, il corpo risponda con automatismi — immobilità, fuga, ricerca di contatti — e come l’uso del cellulare, in quei momenti, possa essere un riflesso per orientarsi, chiedere aiuto, trovare gli amici. Nessun tribunale social può ricostruire l’angoscia di chi respira fumo e cerca un’uscita.
La linea editoriale è stata netta: proteggere i ragazzi e le famiglie dall’aggressione verbale, respingere i processi sommari, riportare la discussione sui fatti e sulle responsabilità accertabili. In studio è stata ribadita la necessità di rispettare tempi e percorsi delle indagini, senza cedere a scorciatoie narrative. L’appello, rivolto a pubblico e commentatori, ha chiesto misura nelle parole e precisione nelle ricostruzioni.
La conduttrice ha posto l’accento sul dovere dell’informazione di non alimentare cinismo né spettacolarizzazione. Nelle clip mandate in onda, il focus è rimasto su soccorsi, evacuazioni, trasporti in Svizzera e in Italia, evitando montaggi emotivi. Ogni riferimento ai comportamenti dei presenti è stato contestualizzato: confusione, allarmi incerti, luci basse, uscite non immediatamente individuabili. Una cornice che esclude giudizi affrettati e condanne morali.
Il monito ha avuto un nucleo etico: la sofferenza non è materiale per sondaggi d’opinione. Gli sguardi in studio, le pause imposte dalla commozione, gli applausi sobri hanno segnato un confine tra diritto di cronaca e rispetto delle vittime. L’invito è rimasto quello di sospendere il pregiudizio e lasciare che parlino le testimonianze, i referti, le verifiche degli inquirenti. Ai ragazzi, ha ribadito Venier, spetta tutela, non sentenze.
Cura, trauma e speranza: la voce dal Niguarda
In collegamento dall’Ospedale Niguarda di Milano, il direttore del Centro Ustioni, Franz Wilhelm Baruffaldi Preis, ha fornito un quadro clinico aggiornato sui feriti trasferiti dopo l’incendio di Crans-Montana. Ha confermato la presenza di nove pazienti ricoverati nel capoluogo lombardo, mentre altri restano in cura in Svizzera. Il flusso dei trasferimenti prosegue in base alle condizioni e alla disponibilità di posti specialistici. Durante il collegamento è stato segnalato l’arrivo di un elicottero con un nuovo paziente, segno di uno sforzo continuo e coordinato.
La valutazione clinica è stata improntata a prudente ottimismo. Il medico ha spiegato che, per molti giovani, le prospettive di recupero sono concrete grazie a protocolli avanzati di terapia intensiva, chirurgia ricostruttiva e gestione del dolore. L’obiettivo è stabilizzare, prevenire complicanze infettive e impostare percorsi di ricostruzione tissutale. “Finché esiste margine di ricostruzione, lavoriamo senza sosta”, ha ribadito, richiamando l’impegno di un’équipe multidisciplinare che integra anestesia, chirurgia plastica, nutrizione clinica e fisioterapia precoce.
Accanto alle lesioni visibili, è stato descritto il danno invisibile. Il direttore ha ricordato le prime parole di un giovane al risveglio — la domanda su un amico — che fotografa l’entità del trauma relazionale. Il percorso di cura comprende supporto psicologico immediato, prevenzione del disturbo post-traumatico, gestione dell’ansia e del senso di colpa dei sopravvissuti. Strumenti come colloqui strutturati, interventi di debriefing e coinvolgimento delle famiglie vengono attivati già nelle prime ore, con follow-up programmati.
Il coinvolgimento dei genitori è stato definito cruciale quanto delicato. L’équipe mantiene un canale costante di comunicazione, bilanciando verità clinica e tutela emotiva. “Quando arrivano le domande dei familiari, il nodo alla gola è inevitabile”, ha ammesso il medico, richiamando la dimensione umana del lavoro in corsia. Nella cornice ospedaliera, la cura si traduce in presenza, chiarezza dei passaggi e condivisione dei tempi, senza promettere ciò che non è garantito ma restando accanto ai pazienti in ogni fase.
La pianificazione post-acuzie prevede percorsi differenziati: chirurgia in più tempi per le ustioni, riabilitazione funzionale per recuperare mobilità e autonomia, trattamento delle cicatrici fisiche ed emotive. Il rientro alla quotidianità viene costruito con obiettivi misurabili e sostegno alla reintegrazione sociale. La prospettiva, ha sottolineato il Niguarda, è di un lavoro lungo ma possibile, fondato su competenza tecnica, continuità assistenziale e rete tra strutture italiane e svizzere.
FAQ
- Quanti pazienti sono stati trasferiti a Milano?
Al Niguarda risultano ricoverati nove giovani, mentre altri restano in Svizzera. - Qual è la priorità clinica nelle prime ore di trattamento?
Stabilizzazione, prevenzione delle infezioni, gestione del dolore e impostazione della ricostruzione tissutale. - Che ruolo ha l’elicottero nei trasferimenti?
L’elicottero consente trasferimenti rapidi verso centri ustioni, in base a gravità e disponibilità di posti specialistici. - È previsto supporto psicologico per i pazienti?
Sì, con interventi immediati per prevenire disturbi post-traumatici e coinvolgimento delle famiglie. - Quali reparti sono coinvolti nel percorso di cura?
Chirurgia plastica e ricostruttiva, anestesia e rianimazione, nutrizione clinica, fisioterapia e psicologia clinica. - Quali sono le prospettive di recupero?
Per molti giovani c’è un cauto ottimismo: i protocolli integrati permettono miglioramenti progressivi e ritorno graduale alla vita quotidiana.




