Lory Del Santo rompe il silenzio sulla tragedia che l’ha segnata

La ferita invisibile del lutto per un figlio
Perdere un figlio è un trauma che spezza la percezione stessa della realtà, una frattura che, come ricorda spesso Lory Del Santo, non si rimargina mai del tutto. Il dolore si insinua nella quotidianità, alterando per sempre la vita dei genitori, che si ritrovano a convivere con un’assenza assoluta, impossibile da colmare. Ogni ricordo, ogni luogo, ogni data diventa un potenziale detonatore emotivo, trasformando il tempo in un susseguirsi di ondate di sofferenza.
Nel caso di tragedie improvvise e pubbliche, come quella di Crans-Montana, al lutto privato si sommano l’esposizione mediatica e l’attesa di giustizia, che rischiano di congelare il processo di elaborazione. I genitori si sentono spesso sospesi: da una parte la necessità di dare un senso a quanto accaduto, dall’altra la consapevolezza che nessuna sentenza restituirà ciò che è stato perduto.
Le esperienze estreme vissute da figure note come Lory Del Santo, segnata dalla morte di tre figli in circostanze diverse, evidenziano quanto questo dolore sia totalizzante. Lei stessa si definisce una “sopravvissuta”, espressione che restituisce la dimensione di battaglia quotidiana contro il vuoto, contro il rischio di lasciarsi travolgere dalla disperazione definitiva.
Resilienza estrema e strategie interiori
Dopo la perdita di un figlio, non esistono “rimedi” tradizionali: come sottolinea Lory Del Santo, le soluzioni non sono fisiche ma mentali e filosofiche. Il percorso passa attraverso appigli interiori fragili ma essenziali, come l’idea di poter ancora trovare un frammento di bellezza nel mondo, anche quando tutto sembra irrimediabilmente buio. Questa prospettiva non annulla il dolore, ma ne rende almeno compatibile la convivenza con la vita.
In situazioni di traumi gravissimi, come ustioni, menomazioni o disabilità permanenti dei figli sopravvissuti, emerge spesso una forma di “resistenza emotiva”: riuscire a dirsi che, per quanto devastante, poteva andare peggio. È una strategia mentale dura e controversa, ma per alcuni genitori rappresenta l’unico spiraglio per continuare a respirare e ad alzarsi dal letto ogni mattina.
Accettare di “soffrire fino in fondo”, come suggerisce la stessa Del Santo, significa non negare il dolore, ma attraversarlo con lucidità. In questa ottica, il tempo non guarisce magicamente, ma aiuta a trasformare la ferita in cicatrice, consentendo di tentare una lenta risalita, spesso fatta di piccoli gesti: tornare al lavoro, prendersi cura di un altro figlio, concedersi un momento di natura.
Giustizia, responsabilità e diritto a continuare a vivere
Nelle tragedie collettive, come quella di Crans-Montana, il tema della responsabilità diventa centrale. Quando muoiono ragazzi in contesti che dovevano essere controllati e sicuri, la richiesta di giustizia dei genitori non è solo punitiva, ma riguarda il bisogno di riconoscimento del torto subito. Anni di processi, rinvii e sentenze tardive aggravano la sensazione di ingiustizia, logorando ulteriormente chi è già provato dal lutto.
Secondo Lory Del Santo, chi gestisce luoghi aperti al pubblico porta un peso enorme di responsabilità: se accade una tragedia evitabile, le “mille ragioni per essere colpevole” si traducono in domande senza risposta per le famiglie. Questo non riguarda solo la cronaca, ma il patto di fiducia tra cittadini, istituzioni e operatori privati, fondamentale per la coesione sociale.
Parallelamente, tuttavia, resta il diritto – spesso vissuto con senso di colpa – a continuare a vivere. La vita, anche su una sedia a rotelle o con limitazioni gravissime, come ricorda la stessa Del Santo, conserva una sua preziosità intrinseca. Credere nella forza della natura, del tempo e delle relazioni significa riconoscere che, pur nella devastazione, esiste ancora uno spazio minimo per la speranza e per una forma diversa, ma possibile, di futuro.
FAQ
D: Il dolore per la perdita di un figlio può davvero non finire mai?
R: Sì, per molti genitori il dolore resta permanente, ma con il tempo può cambiare forma e diventare più gestibile nella quotidianità.
D: Cosa intende Lory Del Santo quando si definisce “sopravvissuta”?
R: Intende che vive dopo lutti devastanti portando con sé il peso delle perdite, ma continuando a cercare motivi per andare avanti.
D: Come influisce la ricerca di giustizia sull’elaborazione del lutto?
R: Procedimenti lunghi e incerti possono bloccare l’elaborazione, mantenendo i familiari in uno stato di attesa e frustrazione costante.
D: È utile pensare “poteva andare peggio” dopo una tragedia?
R: Per alcuni è una strategia di resilienza estrema che permette di trovare un minimo appiglio mentale, pur senza attenuare davvero il dolore.
D: Il tempo guarisce le ferite del lutto?
R: Il tempo raramente guarisce del tutto, ma aiuta a integrare la perdita nella propria storia di vita, rendendo il dolore meno paralizzante.
D: Qual è il ruolo della natura e della bellezza nel percorso di risalita?
R: Contatto con natura, arte e piccoli momenti di bellezza può offrire sollievo e ricordare che esiste ancora qualcosa per cui valga la pena restare.
D: Cosa significa accettare il dolore “fino in fondo”?
R: Vuol dire non fuggire dalle emozioni, permettersi di piangere e soffrire, per poi cercare gradualmente una nuova forma di equilibrio.
D: Qual è la fonte delle dichiarazioni di Lory Del Santo citate?
R: Le dichiarazioni richiamate provengono da un’intervista rilasciata da Lory Del Santo all’agenzia di stampa Adnkronos.




