Lombardia propone contributo sanitario ai frontalieri, cresce il fronte del no

Tassa sanitaria sui frontalieri e differenze tra Regioni
La proposta di contributo sanitario sui lavoratori frontalieri sta creando una frattura netta tra le Regioni italiane di confine e la Confederazione elvetica, con potenziali ripercussioni su ristorni fiscali, occupazione transfrontaliera e rapporti diplomatici tra Italia e Svizzera. Il nodo centrale riguarda la compatibilità del prelievo con l’accordo bilaterale e con i principi costituzionali sulla doppia imposizione, oltre alla reale efficacia nel rafforzare il personale sanitario nelle zone di frontiera.
Posizione di Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Alto Adige
La sola Regione Lombardia appare intenzionata ad applicare il nuovo contributo sanitario, stimando un gettito tra 100 e 150 milioni di euro l’anno, grazie all’alta concentrazione di frontalieri verso il Canton Ticino. Piemonte, Valle d’Aosta e Alto Adige hanno invece annunciato che non introdurranno il prelievo, ritenendolo inopportuno sul piano economico e rischioso sul fronte dei rapporti internazionali. Questa divergenza crea un quadro fiscale disomogeneo lungo l’arco alpino, con possibili spostamenti di residenza e contenziosi amministrativi fra lavoratori e amministrazioni regionali.
Le stesse Regioni critiche temono inoltre un effetto boomerang sui ristorni svizzeri e sulla competitività dei territori di confine.
Obiettivi dichiarati e utilizzo del gettito
Il contributo, inserito nella legge di Bilancio 2024 dal governo guidato da Giorgia Meloni, viene presentato come “compartecipazione alla spesa sanitaria” per finanziare incentivi ai professionisti sanitari nelle aree di confine. Il gettito dovrebbe alimentare un trattamento accessorio fino al 20% dello stipendio tabellare lordo per medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo dichiarato è ridurre la fuga di personale verso gli ospedali elvetici, dove le retribuzioni sono notevolmente superiori. Il prelievo, tra il 3% e il 6% del reddito netto, verrebbe modulato dalle singole Regioni in base a progressività e carichi familiari, ma le modalità operative restano controverse e difficili da applicare in assenza di dati fiscali diretti provenienti dalla Svizzera.
La concreta capacità di questa misura di trattenere personale appare tuttavia limitata.
Regime dei vecchi frontalieri e nodo ristorni
Il contributo colpisce esclusivamente i cosiddetti vecchi frontalieri, cioè chi lavorava in Svizzera prima di luglio 2023 e rientra nel perimetro dell’accordo del 1974 sui redditi da lavoro dipendente. Questa scelta solleva dubbi di equità orizzontale tra lavoratori che svolgono mansioni simili ma sono assoggettati a regole fiscali diverse, oltre a riaprire il dossier dei ristorni, cardine finanziario dei rapporti fiscali transfrontalieri tra i due Paesi.
Chi sono i vecchi frontalieri e come sono tassati
I vecchi frontalieri, circa 78mila persone secondo le stime, lavorano in Cantoni di confine come Ticino, Grigioni e Vallese, risiedendo entro 20 chilometri dal confine e rientrando quotidianamente in Italia. Il regime speciale, rinnovato nel 2023, prevede tassazione integrale del reddito in Svizzera e nessuna imposta sul lavoro dipendente in Italia. In cambio, i Cantoni versano allo Stato italiano ristorni per oltre 100 milioni di euro l’anno, destinati principalmente a Regioni e Comuni di confine. Finora questi lavoratori non hanno pagato contributi specifici per l’accesso al sistema sanitario italiano, beneficiando dell’ordinaria fiscalità indiretta e delle compensazioni finanziarie bilaterali.
La nuova misura scardina questo equilibrio consolidato.
Proposta svizzera di rivedere o sospendere i ristorni
Nel dibattito è intervenuto il consigliere di Stato ticinese Christian Vitta, esponente del Partito liberale radicale, ipotizzando una sospensione o revisione degli oltre 100 milioni di ristorni versati ogni anno all’Italia. L’idea viene presentata come risposta politica e finanziaria a un prelievo giudicato unilaterale e non concordato. Una mossa del genere avrebbe un impatto immediato sui bilanci dei territori italiani di confine, in particolare sulla stessa Lombardia, che è la principale beneficiaria dei trasferimenti svizzeri. Pur essendo letta da molti osservatori come pressione negoziale più che come decisione imminente, la proposta segnala un peggioramento del clima tra i due Paesi, già incrinato dalle polemiche successive alla tragedia di Crans-Montana e da altri dossier aperti in materia di cooperazione giudiziaria e fiscale.
Questo aumenta l’incertezza per lavoratori e amministrazioni locali.
Profili di legittimità, efficacia e rischi geopolitici
Sindacati italiani e svizzeri, costituzionalisti e amministratori locali mettono in dubbio sia la legittimità sia l’efficacia del nuovo contributo sanitario. Sul tavolo ci sono possibili ricorsi per violazione degli accordi internazionali, la difficoltà tecnica di calcolare il reddito netto imponibile e il rischio di alimentare tensioni con Berna su un settore, quello transfrontaliero, essenziale per l’economia del Nord Italia.
Le contestazioni giuridiche dei sindacati
Le organizzazioni sindacali, tra cui Uil frontalieri, Cgil e il sindacato svizzero Ocst, denunciano il rischio di doppia imposizione su un reddito già tassato alla fonte in Svizzera, in contrasto con le regole Ocse e con l’accordo bilaterale sui frontalieri. Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri, parla di misura “incostituzionale” pensata per “fare cassa” e annuncia ricorsi davanti alla Corte costituzionale e alle sedi competenti. I sindacati sottolineano inoltre l’assenza di accesso italiano ai dati fiscali svizzeri: il calcolo del 3-6% sul reddito netto richiederebbe autocertificazioni difficili da verificare, aprendo la strada a contenziosi e disparità di trattamento. L’intero impianto viene giudicato fragile dal punto di vista tecnico-amministrativo e contrario ai principi di certezza del diritto.
Questo potrebbe rallentare o bloccare l’applicazione concreta del prelievo.
Impatto reale su personale sanitario e relazioni bilaterali
Anche sul fronte sanitario, gli esperti dubitano che aumenti fino al 20% dello stipendio tabellare possano compensare un differenziale salariale con la Svizzera che in molti casi supera il 100%. Secondo Raimondo, gli incrementi attesi per medici e infermieri italiani si fermerebbero mediamente a circa 300 euro mensili, troppo pochi per arginare l’emorragia verso gli ospedali elvetici. Nel frattempo, il dibattito sulla “tassa sulla salute” rischia di irrigidire la posizione di Berna su altri tavoli negoziali, dai ristorni alla cooperazione in materia di sicurezza. Una gestione unilaterale del tema fiscale sui frontalieri, senza un confronto strutturato con le autorità svizzere, potrebbe trasformare un intervento di finanza pubblica interna in un caso diplomatico, con effetti difficilmente prevedibili su investimenti, mobilità del lavoro e fiducia reciproca tra le due sponde del confine.
Gli operatori economici locali chiedono quindi soluzioni condivise e stabili.
FAQ
Chi pagherebbe il nuovo contributo sanitario sui frontalieri
Il contributo riguarderebbe solo i vecchi frontalieri, cioè chi lavora in Svizzera da prima di luglio 2023, residente entro 20 chilometri dal confine, occupato in Cantoni di frontiera e soggetto a tassazione esclusiva in Svizzera. Non coinvolge i nuovi frontalieri entrati nel regime post-2023.
Qual è l’aliquota prevista e come viene calcolata
La legge prevede un prelievo tra il 3% e il 6% sul reddito netto del lavoratore, con aliquota da definire da parte delle singole Regioni. La modulazione dovrebbe rispettare progressività e carichi familiari, ma l’assenza di accesso ai dati fiscali svizzeri rende complessa una determinazione accurata della base imponibile effettiva.
Perché alcune Regioni rifiutano di applicare la misura
Piemonte, Valle d’Aosta e Alto Adige ritengono il contributo potenzialmente lesivo dei rapporti con la Svizzera, poco efficace sul piano sanitario e rischioso per i ristorni. Temono anche contenziosi con i lavoratori e di perdere competitività rispetto ad altre aree di frontiera europee.
Quali sono i principali dubbi di legittimità sollevati
I sindacati parlano di doppia imposizione unilaterale in contrasto con l’accordo del 1974 e con i principi costituzionali di capacità contributiva e uguaglianza. Vengono evocati possibili ricorsi alla Corte costituzionale e il rischio di violazione delle linee guida fiscali Ocse sulla ripartizione della potestà impositiva tra Stati.
Il contributo può davvero frenare la fuga di medici e infermieri
Gli esperti stimano che gli incentivi finanziati dal gettito non possano colmare il forte divario retributivo con gli ospedali svizzeri. Incrementi fino a 300 euro lordi al mese difficilmente bastano a trattenere professionisti che all’estero possono guadagnare più del doppio, beneficiando anche di condizioni organizzative spesso più favorevoli.
Qual è la principale fonte di analisi su questa vicenda
Una delle analisi più dettagliate sul dibattito relativo alla “tassa sulla salute” per i frontalieri, sulle posizioni della Regione Lombardia e sulle critiche sindacali è stata pubblicata dal quotidiano online ilfattoquotidiano.it, che ha raccolto dati, stime di gettito e dichiarazioni dei protagonisti.




