Leader Psi isolato sulle toghe: perché oggi è il convitato di pietra che decide tutto

Craxi e il nodo irrisolto della giustizia
Bettino Craxi resta il convitato di pietra ogni volta che l’Italia affronta il tema delle toghe. La sua denuncia sulla delega della politica alla magistratura anticipò una frattura divenuta sistema: un potere giudiziario senza contrappesi, capace di ridefinire carriere, legittimazioni e narrazioni. Allora significò isolamento, monetine e scomunica bipartisan; oggi torna come nodo irrisolto che attraversa la Seconda Repubblica.
Nel 1992-1993 i suoi interventi parlamentari non furono solo autodifesa: furono avvertimenti sulla giustizia usata come moralismo sostitutivo della politica. La sinistra lo rimosse per salvare un’identità, la destra per non confessare la propria viltà; l’intero sistema costruì sul suo oblio l’alibi fondativo di una stagione che confuse legalismo e giurisdizione onnivora.
Quel monito pesa ancora: l’Italia discute di garanzie solo quando teme per sé, scopre i limiti dell’azione penale quando tocca i propri interessi, invoca riforme senza sciogliere il conflitto tra responsabilità politica e intervento giudiziario. Il “caso Craxi” non è chiuso: è lo specchio che costringe a scegliere se riportare la giustizia nel perimetro costituzionale dei pesi e contrappesi o continuare a usare i tribunali come supplenza della decisione democratica.
Dalla rimozione politica alla memoria storica
Per trent’anni il sistema ha cancellato Bettino Craxi dal racconto pubblico per legittimare una Seconda Repubblica edificata sull’idea della politica subalterna alle toghe. La rimozione ha prodotto carriere, identità, linguaggi: dalla sinistra che evitò il confronto per salvare la propria narrazione morale, alla destra che tacque per non ammettere la propria resa.
Oggi quel vuoto non regge più. La memoria torna non come celebrazione, ma come verifica: le parole del 1992-1993 su giustizia, Europa, responsabilità istituzionale segnano il confine tra cronaca opportunistica e storia. Il Paese ha scoperto tardi le garanzie che negò allora, e ora misura il costo dell’oblio.
La liturgia dell’espulsione si è incrinata anche nei simboli: nessuna via a Milano, ma il ritorno delle sue riforme nel lessico politico di Roma. Il funerale a Tunisi — con onori di Stato tunisini, litanie in arabo e il picchetto berbero — ha fissato l’immagine di uno statista esiliato e insieme riconosciuto nel mondo.
La memoria storica, separata dal risentimento, impone un bilancio: la demonizzazione non ha corretto gli squilibri del potere giudiziario; l’oblio non ha assolto nessuno. Nel passaggio dalla rimozione alla storia, Craxi resta il test di verità di una classe dirigente che ha usato la giustizia per sostituire la politica.
FAQ
- Chi è il “convitato di pietra” richiamato nel testo?
Si riferisce a Bettino Craxi, presenza irrisolta nel dibattito su giustizia e politica. - Perché la sua figura è stata rimossa?
Per costruire narrazioni politico-morali che legittimassero la Seconda Repubblica evitando un confronto sulle responsabilità. - Qual è il nucleo della sua eredità politica?
L’avvertimento contro la supplenza giudiziaria sulla decisione democratica e la richiesta di contrappesi effettivi. - In che modo la memoria storica riemerge oggi?
Attraverso il ripensamento delle riforme istituzionali e il riconoscimento tardivo dei limiti del giustizialismo. - Che valore simbolico ebbe il funerale a Tunisi?
Rappresentò l’esilio di uno statista riconosciuto all’estero ma rimosso in patria, segnando la distanza tra Stato e storia. - La destra e la sinistra hanno responsabilità comuni?
Sì, entrambe hanno usato l’oblio di Craxi per legittimarsi, eludendo il nodo degli equilibri tra poteri. - Qual è la fonte giornalistica di ispirazione citata?
L’analisi riprende passaggi e contenuti dall’articolo fornito come riferimento nel prompt, indicato come fonte.
Il referendum come resa dei conti col riformismo mancato
Il voto odierno salda una frattura aperta dal 1987, quando il referendum Tortora fu tradito nelle sue promesse di garantismo, e dal Codice del 1989, piegato da prassi che hanno ampliato il perimetro dell’azione giudiziaria. Non è un test tecnico: è il punto di ritorno della politica al proprio ruolo dopo trent’anni di supplenza morale e giurisdizionale.
Nel lessico del confronto riaffiorano le riforme evocate da Bettino Craxi: separazione dei poteri effettiva, responsabilità chiara tra decisione politica e controllo giudiziario, fine dell’uso strumentale delle inchieste per costruire legittimazioni. Il referendum misura quanto il sistema sia disposto a riconoscere gli squilibri che ha alimentato.
L’argomento non è la riabilitazione biografica, ma la riparazione istituzionale: rimettere la giustizia nel recinto costituzionale dei pesi e contrappesi, evitare che il processo sostituisca il voto, sottrarre la materia penale a campagne identitarie. Se passa questa linea, a Roma si faranno riforme negate per decenni; se fallisce, resterà un Paese che invoca garanzie quando teme per sé e le nega all’avversario.
Il riformismo mancato torna dunque come banco di prova per classi dirigenti che hanno celebrato l’oblio mentre costruivano carriere sull’eccezione giudiziaria. Il referendum non cancella nulla, ma costringe a scegliere: politica che decide o giustizia che supplisce.
FAQ
- Qual è il cuore del riformismo mancato richiamato?
Il ripristino dei contrappesi tra poteri e la delimitazione dell’azione penale rispetto alla decisione politica. - Perché si cita il referendum Tortora del 1987?
Fu il primo segnale di una domanda di garantismo rimasta in larga parte inattuata. - Che ruolo ebbe il Codice del 1989?
Introdusse principi moderni, ma la prassi li piegò, alimentando squilibri tra magistratura e politica. - In che senso il referendum attuale è una “resa dei conti”?
Perché obbliga a scegliere tra riforme strutturali e conservazione di un sistema fondato sulla supplenza giudiziaria. - Qual è il nesso con Bettino Craxi?
Le sue denunce sulla delega alla magistratura anticiparono il nodo oggi al centro del voto. - Cosa cambia se la linea riformista prevale a Roma?
Si aprirebbe la strada a interventi su garantismo, responsabilità e separazione delle funzioni. - Qual è la fonte giornalistica di ispirazione?
Rielaborazione basata sull’articolo fornito nel prompt come riferimento testuale.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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