Latte in eccesso in Italia: la verità nascosta che sta sconvolgendo allevatori e supermercati

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Cause dell’eccesso di offerta
In Italia si produce più latte di quanto il mercato assorba. L’impennata dei prezzi tra 2023 e 2024, oltre 60 centesimi al litro, ha spinto molti allevatori ad ampliare gli allevamenti e ad aumentare la mungitura per sfruttare margini favorevoli. L’offerta si è così gonfiata in pochi mesi, superando la domanda reale.
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A questo si è sommata la pressione estera: in Germania e Francia l’epidemia di Bluetongue ha concentrato le nascite, generando un picco produttivo con latte a basso costo che ha invaso anche il mercato italiano. Il risultato è un flusso aggiuntivo che ha spinto ulteriormente al ribasso le quotazioni del “latte spot”.
Sul fronte della domanda, i consumi interni di latte fresco e formaggi sono scesi per l’effetto dell’inflazione alimentare, comprimendo la spesa delle famiglie. Anche la componente estera ha frenato: la Cina ha aperto un’indagine sulle importazioni europee e introdotto dazi fino al 42,7%, mentre i dazi statunitensi e la svalutazione del dollaro hanno ridotto la competitività.
Le temperature insolitamente più basse tra luglio e agosto hanno ulteriormente rallentato le vendite di formaggi freschi, come le mozzarelle, in diversi paesi europei. Questo mix ha trasformato il surplus in un fattore destabilizzante per la filiera, con il “latte spot” precipitato fino a 27 centesimi al litro, livello che riflette una domanda insufficiente a bilanciare l’offerta accumulata.
Effetti sui prezzi e sui contratti
Il crollo del “latte spot” a 27 centesimi al litro, -54% su base annua, ha innescato pressioni immediate sui contratti a lungo termine, spesso indicizzati a una media tra indici di formaggi come Grana Padano, costo mangimi e quotazioni spot. Le industrie, percependo un disallineamento rispetto al “valore di mercato”, hanno spinto per rinegoziare al ribasso, ridurre i ritiri o disdire gli accordi.
La conseguenza è un aumento del latte invenduto e l’emersione di surplus che gli allevatori faticano a collocare, con proposte d’acquisto a pochi centesimi giudicate insostenibili rispetto ai costi vivi di stalla. Gli scaffali, intanto, non riflettono il crollo: i prezzi al consumo restano stabili, schermati dai margini della GDO e da politiche di prezzo che non trasferiscono a valle la volatilità dello spot.
L’intesa favorita dal Masaf (54 cent/litro a gennaio, 53 a febbraio, 52 a marzo) ha funzionato da argine temporaneo, ma senza vincolo legale: alcune aziende hanno ritirato le disdette, altre no, lasciando molti conferitori esposti alla forbice tra prezzi amministrati e mercato libero. Alla scadenza, il rischio è che lo spot pesi ancora di più sulle formule indicizzate, comprimendo ulteriormente i listini riconosciuti in stalla e irrigidendo i rinnovi annuali o pluriennali.
Possibili soluzioni e coordinamento della filiera
Serve una gestione condivisa di quantità e tempi. Cooperative e centrali di raccolta possono introdurre quote flessibili e finestre di consegna per modulare la produzione, riducendo il surplus nei picchi e distribuendolo su periodi di minore offerta.
Un tavolo permanente tra allevatori, industrie e GDO dovrebbe pianificare, su base trimestrale, fabbisogni e capacità di assorbimento, collegando i volumi a indicatori di domanda interna ed estera. Meccanismi di “cap and floor” sui prezzi, con corridoi minimi e massimi, stabilizzerebbero i ricavi in stalla e i costi per i trasformatori.
È cruciale diversificare gli sbocchi: polveri, formaggi a lunga stagionatura e latte UHT possono assorbire e immobilizzare l’eccesso, attenuando la pressione sul fresco. Investimenti in logistica del freddo e stoccaggi strategici aiuterebbero a spostare i volumi nel tempo, invece che scaricarli sullo “spot”.
Per i rapporti contrattuali, clausole anti-volatilità che limitino l’impatto del “latte spot” nelle formule di prezzo e includano indici di costo (mangimi, energia) riducono le rotture improvvise.
Sul fronte import-export, una moratoria tattica sulle importazioni durante fasi di surplus e una cabina di regia per presidiare dazi e barriere in mercati come Cina e USA eviterebbero shock aggiuntivi.
Infine, trasparenza dei margini lungo la filiera, audit indipendenti e protocolli di ritiro minimo garantito rafforzano la fiducia e impediscono pratiche speculative che amplificano le oscillazioni.
FAQ
- Perché il coordinamento della filiera è urgente? Per ridurre il surplus e stabilizzare i prezzi tramite pianificazione congiunta di volumi e tempi.
- Quali strumenti possono stabilizzare i contratti? Corridoi di prezzo, indicizzazione ai costi e clausole che limitano il peso del “latte spot”.
- Come si può assorbire l’eccesso di latte? Convertendo parte dei volumi in polveri, stagionati e UHT, con stoccaggi programmati.
- Che ruolo ha la GDO? Partecipare ai tavoli di programmazione e rendere trasparenti i margini per evitare distorsioni a valle.
- Le importazioni vanno fermate? Una moratoria temporanea nei picchi di surplus può dare respiro, coordinata con le autorità competenti.
- Come gestire i rischi esteri (dazi, domanda)? Con una cabina di regia export che monitori Cina, USA e UE, adeguando rapidamente i piani di vendita.
- Qual è la fonte giornalistica citata? Le dinamiche e i commenti sul prezzo sono richiamati dall’analisi riportata da Informatore Zootecnico e dalle dichiarazioni sul caso Granarolo.




