Kid Yugi sorprende tutti con un rituale estremo e confessioni spiazzanti

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“Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”: parla Kid Yugi
Dentro la bara
Kid Yugi sceglie di mettersi simbolicamente in una cassa da morto: è il gesto radicale con cui prova a “uccidere” le aspettative che lo circondano e a negare ogni investitura messianica. Nell’immaginario collettivo è già diventato una figura larger-than-life, ma lui respinge l’idea di essere un salvatore: non è, dice con lucidità, un nuovo Gesù e non vuole diventare l’ennesimo idolo sacrificabile.
La copertina del terzo album, con il corpo composto e un pugnale in mano, ribalta la retorica dell’eroe pulito: l’arma non è simbolo di esaltazione della violenza, ma un feticcio estetico che in mano a un morto perde ogni minaccia. Il focus non è l’oggetto, bensì la responsabilità umana che lo muove. Dentro questo rituale funebre l’artista massafrese mette a nudo una tesi precisa: il vero protagonista della contemporaneità è l’uomo comune, fragile e contraddittorio, non il superuomo invincibile.
La trilogia iniziata con The Globe e proseguita con Tutti I Nomi Del Diavolo culmina in un progetto disilluso più che oscuro, attraversato da conflitti interiori e “micro-violenza” psicologica. L’eroismo, qui, non è mitizzato: si consuma nelle lotte quotidiane con sé stessi, nella frattura tra l’immagine pubblica e l’autopercezione, nel peso di uno sguardo esterno che pretende coerenza sovrumana da un ventenne che rivendica il diritto a restare semplicemente umano.
Ultraviolenza interiore
Nelle sedici tracce del nuovo lavoro, Kid Yugi incrocia l’eco di Dostoevskij, la durezza di certa urban italiana e un immaginario che pesca in Tsukamoto, Chuck Norris e nel mito di Gilgamesh. L’ultraviolenza è quasi sempre metaforica: è quella che si consuma nei pensieri, nel sentirsi insieme Davide e Golia, vittima e carnefice di sé stessi. L’idea è chiara: non esistono blocchi netti di “buoni” e “cattivi”, gli esseri umani sono un campo di battaglia permanente.
Brani come “Per il Sangue Versato” e “Per Te che Lotto” spostano il fuoco sull’impotenza: il rapper non è un medico, non può salvare nessuno, nemmeno una sorella malata. Può solo scrivere, trasformando l’angoscia in racconto. L’arte allevia ma non guarisce, e questo limite diventa uno dei nervi scoperti del disco, insieme alla consapevolezza che molti ragazzi “si perdono” seguendo codici di strada che lui definisce ipocriti e distruttivi.
Sul versante stilistico, l’artista parla di un “post-futurismo”: se i futuristi provavano a imbrigliare il rumore delle macchine, oggi lui tenta di imprigionare il frastuono prodotto dall’uomo attraverso la tecnologia. Da qui la scrittura fitta di citazioni, giochi di parole e riferimenti storici (da Craxi e Andreotti fino alla letteratura russa), con una scelta netta: evitare l’attualità geopolitica più calda per non congelare il presente in giudizi affrettati, lasciando che sia il tempo a cristallizzare gli eventi.
Idolo riluttante
Nel 2024 Kid Yugi è tra gli artisti che hanno venduto più copie fisiche, intercettando non solo la fanbase giovane ma anche ascoltatori insospettabili: adulti, professionisti, perfino monaci esorcisti incuriositi da Tutti I Nomi Del Diavolo. Il successo, però, viene vissuto come una forma di pressione corrosiva: quando la folla ti scambia per un supereroe, ogni deviazione dall’immagine ideale si trasforma in auto-flagellazione. Da qui l’urgenza di sabotare il mito dall’interno, dichiarando che nessuno può essere davvero un idolo senza perdere pezzi di sé.
Sul piano musicale, il disco alterna brani duri, un’unica potenziale hit radiofonica come “Eroina” – costruita sul doppio senso tra eroismo e dipendenza – e incursioni più pop come “Push It” con ANNA, pensata anche per TikTok. L’autore difende la legittimità della leggerezza: esiste musica che serve solo a divertire, senza dover per forza ambire alla “grande opera” in ogni pezzo. Allo stesso tempo, rivendica il radicamento nel rap e guarda con distacco a scenari come il Festival di Sanremo, che percepisce lontani dalla propria poetica.
Tra le influenze dichiarate spiccano Noyz Narcos, ponte emotivo con le periferie, e Francesco Guccini, ascoltato a ripetizione in fase di scrittura per assorbire profondità narrativa e sensibilità sociale. In prospettiva, l’artista immagina di cimentarsi con teatro e narrativa in prosa, ma solo quando sentirà di aver dato tutto al rap. Per ora resta saldo nella sua dimensione: raccontare la disillusione di chi combatte soprattutto contro sé stesso e contro un sistema di aspettative che non risparmia nessuno.
FAQ
D: Chi è Kid Yugi?
R: È un rapper nato nel 2001 a Massafra, tra le voci più interessanti della nuova scena urban italiana.
D: Qual è il concept principale del suo terzo album?
R: La decostruzione dell’eroe e delle aspettative sul successo, con una forte attenzione al conflitto interiore.
D: Perché si rappresenta in una bara sulla copertina?
R: Per esorcizzare le proiezioni del pubblico su di lui e affermare la centralità dell’uomo comune.
D: Che significato ha il coltello nella sua iconografia?
R: È un elemento estetico ricorrente, non un invito alla violenza; in mano a un morto perde ogni pericolosità.
D: Quali sono le principali influenze letterarie di Kid Yugi?
R: In particolare Dostoevskij, che gli ha mostrato la forza delle parole e l’umanità degli “eroi” fragili.
D: Perché evita riferimenti diretti all’attualità politica internazionale?
R: Perché ritiene che solo il tempo possa giudicare gli eventi e teme la vanagloria di “fotografare” il presente.
D: Qual è il brano più personale del disco?
R: “Per Te che Lotto”, dedicato a sua sorella, scritta durante un periodo di grave preoccupazione per la sua salute.
D: Qual è la fonte giornalistica originale delle dichiarazioni citate?
R: Le dichiarazioni provengono da un’intervista pubblicata su un portale di informazione musicale italiano, utilizzata come base giornalistica per questa rielaborazione.




