Italia, svolta sul PIL con nuova traiettoria di crescita strutturale

Pil Italia 2025: crescita moderata ma sopra le attese
Secondo le stime preliminari Istat, il Pil dell’Italia nel 2025 è cresciuto dello 0,7% in termini reali, oltre lo 0,5% previsto dal governo ma ancora su ritmi deboli rispetto ai partner europei. Su orizzonte pluriennale, però, il quadro migliora: rispetto al 2019 l’economia italiana è oggi circa il 6,5% più ampia, un risultato non scontato alla luce del precedente post-crisi 2008-2009, quando il ritorno ai livelli pre-shock richiese 16 anni. La vera questione, ora, non è solo la dinamica del Pil aggregato, ma la sua composizione: quali componenti della domanda stanno trainando la ripresa e quali, invece, mostrano segnali di affaticamento strutturale?
Rispondere a questa domanda è cruciale per valutare la sostenibilità della crescita nel medio periodo e l’efficacia delle politiche pubbliche, a partire dal Pnrr.
Consumi delle famiglie: crescita nominale, stagnazione reale
L’Osservatorio sui consumi di Findomestic stima i consumi delle famiglie italiane a 1.308 miliardi nel 2025, oltre 1.300 miliardi contro gli 1.090 del 2019. In termini nominali l’aumento è di circa il 20%, ma al netto dell’inflazione il progresso reale si riduce a un modesto +1,7% in sei anni, segnale di potere d’acquisto ancora fragile e di cautela nelle scelte di spesa. Rapportati a un Pil stimato in area 2.250 miliardi, i consumi valgono il 60,4%, in lieve calo rispetto al 58,1% del 2019, sintomo di un modello di crescita più sbilanciato su altre componenti della domanda. La relativa debolezza dei consumi interni continua a rappresentare uno dei principali punti di vulnerabilità strutturale dell’economia italiana.
Un miglioramento duraturo richiede salari reali più dinamici e maggiore fiducia delle famiglie.
Esportazioni nette e spesa pubblica: contributo positivo ma ridimensionato
Le esportazioni nette restano in avanzo, ma con un apporto più contenuto rispetto al pre-pandemia. Il saldo della bilancia commerciale dovrebbe aver chiuso il 2025 con un surplus poco sopra il 2% del Pil, contro il 3,1% del 2019, complice il combinato di dazi, rincari energetici e condizioni finanziarie globali meno favorevoli. La spesa pubblica per consumi, stipendi e trasferimenti si mantiene invece stabile sopra il 18% del Pil, confermando un ruolo di sostegno alla domanda interna ma senza un vero cambio di passo verso impieghi più produttivi. Questo quadro indica un sistema che regge, ma che fatica a generare crescita autonoma da consumi ed export, delegando molta parte della dinamica del Pil a investimenti straordinari legati al Pnrr e ai bonus degli anni recenti.
Investimenti e Pnrr: il motore principale della ripresa
La leva decisiva della crescita italiana post-pandemia è stata quella degli investimenti fissi lordi. Nel 2025 la loro incidenza sul Pil è stimata intorno al 21,6%, in forte aumento rispetto al 18,3% del 2019. In termini nominali ciò si traduce in una crescita di circa il 49%, che diventa superiore al 30% in termini reali. A trainare è stato in larga misura il Pnrr, accompagnato dagli incentivi edilizi, con un impatto significativo su costruzioni, infrastrutture e digitalizzazione. Il tema, tuttavia, è già oggi la qualità di questi investimenti, la loro capacità di trasformarsi in produttività di lungo periodo e la sostenibilità di un livello così elevato una volta esauriti i flussi straordinari europei.


È su questo terreno che si giocherà la vera selezione tra progetti strutturali e spesa una tantum.
Investimenti pubblici raddoppiati, privati in rafforzamento
Gli investimenti pubblici sono raddoppiati fino a circa il 3,5% del Pil, livello inconsueto per l’Italia nel confronto storico e internazionale. Si tratta di una discontinuità resa possibile dai prestiti e sussidi europei, in buona parte esclusi dal calcolo del deficit strutturale. Anche gli investimenti privati hanno mostrato una dinamica sorprendentemente robusta, salendo dal 16,5% a oltre il 18% del Pil. Questo segnale di fiducia del settore produttivo va però letto alla luce degli incentivi fiscali e della certezza regolatoria: la capacità di mantenerlo nel tempo dipenderà dalla stabilità delle regole, dall’efficienza della giustizia civile e dalla prevedibilità del quadro fiscale. Senza un contesto favorevole, una parte della spinta attuale rischia di rivelarsi temporanea.
Industria in affanno, servizi e costruzioni al centro
I dati sulla produzione industriale mostrano un settore manifatturiero ancora in difficoltà strutturale. A dicembre l’indice segnava un +3,2% tendenziale, ma con un calo dello 0,4% rispetto a novembre e, soprattutto, una contrazione del 3,2% rispetto alla fine del 2019. Il messaggio macroeconomico è chiaro: la crescita degli ultimi anni è stata trainata più da servizi e costruzioni che dall’industria in senso stretto, sostenuta dapprima dai bonus edilizi e successivamente dal Pnrr. Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza in scadenza ad agosto e probabili proroghe per ritardi diffusi tra i Paesi beneficiari, l’Italia ha finora incassato circa 140 miliardi, spendendone 101,3 al 30 novembre. Il vero nodo sarà trasformare questi fondi in capacità produttiva permanente, non in sola domanda aggiuntiva temporanea.
Dopo il Pnrr: rischi sulla crescita e variabile salari
Al 31 dicembre l’Italia aveva speso circa l’80% dei fondi Pnrr già ricevuti, un tasso di assorbimento elevato sia nel confronto internazionale sia rispetto alla tradizionale lentezza storica nell’uso dei fondi europei. Questa accelerazione ha sostenuto il Pil negli ultimi trimestri e dovrebbe continuare a farlo anche nei primi mesi del 2026, con stime di crescita congiunturale intorno allo 0,3%. Tuttavia, man mano che il flusso straordinario di risorse si ridurrà, emergerà il rischio di un rallentamento marcato, se non saranno in grado di prendere il testimone consumi interni, esportazioni e investimenti privati autonomi. I margini di finanza pubblica per proseguire con la stessa intensità di spesa in conto capitale restano, allo stato, molto limitati.
Serve quindi una strategia di crescita che vada oltre l’orizzonte del Pnrr.
Stipendi reali e inflazione: margini per un rimbalzo dei consumi
La debolezza dei consumi è legata in larga parte alla dinamica dei stipendi. La fiammata inflazionistica degli ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto, mentre i salari non sono riusciti inizialmente a tenere il passo. Da un paio d’anni la tendenza si è parzialmente invertita: le retribuzioni stanno crescendo più dei prezzi, ma il recupero del gap accumulato è ancora incompleto. Con un’inflazione attesa sotto il 2% anche per il 2026, i rinnovi contrattuali potrebbero consentire un graduale rafforzamento dei redditi reali, creando spazio per un aumento dei consumi privati. La condizione necessaria, tuttavia, è che i rinnovi siano accompagnati da aumenti di produttività, per evitare pressioni sui costi e perdita di competitività sui mercati esteri.
Dazi USA, cambio e performance dell’export italiano
La congiuntura internazionale resta un fattore critico. I dazi americani hanno inciso in modo pesante sulle vendite italiane negli USA, ridotte di circa la metà in valore tra aprile e novembre rispetto allo stesso periodo del 2024, per una flessione di 17,3 miliardi di dollari. A questo si è aggiunto l’effetto dell’apprezzamento del cambio euro-dollaro, che ha reso meno competitivi i prodotti italiani in uno dei mercati più strategici. Per il nostro modello di crescita, storicamente basato proprio sull’export manifatturiero di qualità, si tratta di una sfida significativa. Sarà fondamentale diversificare mercati di sbocco, rafforzare la presenza in Asia e America Latina e accrescere il contenuto tecnologico e di servizio delle esportazioni, per mitigare l’impatto di shock tariffari e valutari.
Credibilità internazionale e nuove priorità di politica economica
La tenuta del Pil dell’Italia negli ultimi anni ha avuto ricadute positive sulla percezione dei mercati e delle istituzioni internazionali. Lo dimostrano il calo dello spread ai minimi dal 2008, le promozioni multiple delle agenzie di rating e una crescente credibilità del sistema Paese. Tuttavia, questo capitale reputazionale non è acquisito per sempre: dipenderà dalla capacità di rendere strutturale la crescita, riducendo il peso della spesa corrente meno produttiva e aumentando in modo selettivo quella per investimenti ad alto rendimento economico e sociale. Per il governo la sfida è conciliare consenso interno, vincoli di bilancio europei e necessità di trasformare il potenziale del Pnrr in un sentiero di sviluppo duraturo, con più produttività, innovazione e partecipazione al lavoro.
La fase successiva sarà decisiva per consolidare i progressi ottenuti.
Ribilanciare la spesa pubblica: investimenti contro corrente
Concluse le deroghe collegate al Pnrr, la politica fiscale italiana dovrà affrontare un trade-off più stringente. La spesa per investimenti difficilmente potrà restare ai livelli attuali senza un riassetto profondo della spesa corrente. Ciò implica mettere mano a sussidi, agevolazioni e capitoli poco produttivi, orientando risorse verso infrastrutture materiali e immateriali, scuola, sanità, transizione digitale ed energetica. Un simile ribilanciamento è politicamente complesso ma indispensabile per evitare che la crescita torni ai ritmi anemici del decennio pre-Covid. La credibilità internazionale costruita negli ultimi anni dipenderà sempre più dalla capacità di passare da una crescita “assistita” da fondi europei a una crescita “endogena”, fondata su capitale umano, innovazione e qualità istituzionale.
Spread, rating e fattore fiducia degli investitori
Spread Btp-Bund ai minimi da oltre un decennio e successive promozioni da parte delle agenzie di rating testimoniano una fiducia crescente degli investitori verso l’Italia. Questo ha ridotto il costo del debito pubblico e creato un contesto più favorevole per gli investimenti privati. Tuttavia, tale fiducia resta condizionata all’evoluzione del rapporto debito/Pil, alla coerenza delle riforme strutturali e alla stabilità politica. Eventuali segnali di rallentamento delle riforme o di ritorno a politiche di spesa corrente espansiva non coperta potrebbero rapidamente invertire la tendenza, con impatto immediato su spread, rating e condizioni finanziarie delle imprese. Per consolidare i progressi, sarà essenziale preservare un quadro di politica economica prevedibile, trasparente e orientato al medio-lungo periodo.
FAQ
Quanto è cresciuto il Pil italiano nel 2025?
Le stime preliminari Istat indicano per il 2025 una crescita reale del 0,7%, superiore allo 0,5% previsto dal governo ma ancora moderata nel confronto europeo.
Come sono cambiati i consumi delle famiglie rispetto al 2019?
I consumi sono saliti da 1.090 a 1.308 miliardi (+20% nominale), ma solo di circa +1,7% in termini reali, segnalando un recupero ancora debole del potere d’acquisto.
Quale ruolo ha avuto il Pnrr nella crescita del Pil?
Il Pnrr ha spinto gli investimenti fissi lordi al 21,6% del Pil, con un aumento reale oltre il 30%, diventando il principale motore della crescita post-pandemia.
Perché le esportazioni nette contribuiscono meno al Pil?
Dazi, caro energia e apprezzamento dell’euro hanno ridotto il surplus commerciale a poco sopra il 2% del Pil, contro il 3,1% del 2019, attenuando il contributo dell’export.
Gli stipendi stanno recuperando il potere d’acquisto?
Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più dell’inflazione, ma non hanno ancora colmato la perdita di potere d’acquisto accumulata durante la fiammata dei prezzi.
Cosa rischia l’Italia dopo la fine del Pnrr?
Senza nuove fonti di crescita da consumi, export e investimenti privati autonomi, la fine del Pnrr potrebbe tradursi in un brusco rallentamento del Pil.
Perché è importante spostare risorse dalla spesa corrente agli investimenti?
Gli investimenti pubblici ad alta resa migliorano produttività e crescita potenziale, mentre la spesa corrente meno produttiva tende a pesare sui conti senza effetti duraturi sul Pil.
Qual è la fonte originale di questi dati sul Pil italiano?
Le elaborazioni e i dati discussi derivano dall’analisi pubblicata da InvestireOggi a firma di Giuseppe Timpone, basata su stime Istat e fonti ufficiali.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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