Italia può guidare il Board della pace e rafforzare la diplomazia

Italia e Board of peace: quadro strategico e vincoli costituzionali
La partecipazione dell’Italia alla cerimonia inaugurale del Board of peace a Washington, su invito del presidente Usa Donald Trump, ha acceso un confronto politico che tocca principi costituzionali, alleanze storiche e ruolo internazionale del Paese. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha precisato fin dall’inizio che Roma aderirà solo come osservatore, richiamando l’articolo 11 della Costituzione e il requisito della “parità con gli altri Stati” nelle organizzazioni internazionali.
La scelta, criticata da parte dell’opposizione, si colloca in un contesto in cui la politica estera italiana deve conciliare atlantismo, impegni europei e sensibilità interne sull’uso degli strumenti multilaterali. In questo scenario, il Board diventa banco di prova della capacità di bilanciare principi giuridici e interesse nazionale.
Perché il ruolo di osservatore tutela l’interesse italiano
Lo status di osservatore consente all’Italia di partecipare ai lavori del Board senza assumere obblighi parificati ai membri, riducendo il rischio di frizioni con l’articolo 11.
Questa formula preserva il legame con l’alleato statunitense, evitando un disallineamento rispetto alla Commissione europea, alla Grecia e alla Romania, anch’esse presenti come osservatori.
L’assenza totale, al contrario, sarebbe letta come scelta politica di distanza dall’America di Trump, indebolendo il posizionamento di Roma nei futuri tavoli su sicurezza mediterranea e Medio Oriente.
Critiche interne e precedenti europei a confronto
L’opposizione invoca il ritiro dall’iniziativa, paventando una “mini alleanza parallela” a guida Usa.


Altri governi europei hanno adottato opzioni differenti: la Francia ha rifiutato l’invito e subito dazi al 200% su vini e champagne, mentre la Germania ha motivato il no con argomenti costituzionali.
Il caso italiano si distingue perché coniuga vincoli giuridici e volontà di non rompere con Washington, salvaguardando allo stesso tempo la coerenza con il quadro Ue e Nato.
Board of peace, crisi dell’Onu e nuovo multilateralismo selettivo
Il Board of peace, ideato da Donald Trump e formalizzato tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, nasce per supervisionare il percorso di pace per Gaza. A fronte di 62 inviti, meno della metà dei leader mondiali ha aderito: tra i membri figurano monarchie del Golfo, ex repubbliche sovietiche come la Bielorussia, la Turchia, l’Argentina e, in Europa, solo Ungheria e Bulgaria.
Nel comitato consultivo siedono figure come Tony Blair, Jared Kushner, Marco Rubio e Steve Witkoff, confermando l’impronta fortemente americana di un organismo percepito da alcuni come “mini Onu” privata.
Paralisi dell’Onu e motivazioni del nuovo organismo
La nascita del Board si inserisce nella crisi di efficacia delle Nazioni Unite, bloccate da veti incrociati nel Consiglio di sicurezza e da un’elefantiaca burocrazia percepita come autoreferenziale.
Sulle guerre in Ucraina e sulla crisi mediorientale, l’Onu non ha prodotto risultati sostanziali, mentre nell’Assemblea generale il cosiddetto “Sud globale” spesso converge su posizioni vicine a Russia e Cina, con derive apertamente antisemite.
In questo vuoto operativo si colloca il tentativo trumpiano di creare un club ristretto, politicamente più coeso e orientato all’azione rapida.
Ruolo del Board nel cessate il fuoco e nel disarmo di Hamas
Secondo i promotori, l’attivismo di Donald Trump e di vari Paesi arabi avrebbe contribuito al cessate il fuoco a Gaza e all’avvio dei negoziati sulle condizioni per il disarmo di Hamas.
Il Board aspira a diventare la cabina di regia politica e tecnica del processo di stabilizzazione, monitorando sicurezza, ricostruzione e sostegno istituzionale alle autorità locali.
La presenza di figure come Tony Blair e Jared Kushner segnala la volontà di combinare diplomazia tradizionale, canali regionali e iniziativa statunitense fuori dagli schemi multilaterali classici.
Interesse nazionale italiano e ricostruzione di Gaza
L’Italia è già tra gli attori più attivi sul terreno a Gaza, con un vasto piano di sostegno alla popolazione palestinese che include cooperazione civile, supporto infrastrutturale e programmi di sicurezza. Roma contribuisce all’addestramento della polizia gazawa e palestinese e schiera i propri carabinieri a Rafah, consolidando una reputazione di partner credibile sia per Israele sia per gli interlocutori arabi.
In questo contesto, il Board di Washington rappresenta un moltiplicatore di influenza, non un’alternativa agli impegni Onu o Ue, e l’autoesclusione rischierebbe di ridurre la capacità italiana di incidere sulla fase di ricostruzione.
Vantaggi strategici della presenza italiana a Washington
Partecipare al Board come osservatore permette a Roma di sedere al tavolo dove si definiranno priorità, standard e flussi di risorse per la ricostruzione della Striscia.
La combinazione di credibilità sul terreno e ruolo di ponte tra Stati Uniti, Unione europea e Paesi arabi rafforza il profilo dell’Italia come fornitore di sicurezza e stabilità nel Mediterraneo allargato.
Restare fuori, al contrario, significherebbe rinunciare a un vantaggio competitivo politico, economico e reputazionale a favore di attori meno esposti ma più assertivi.
Antiamericanismo e percezione pubblica della politica estera
Le richieste di boicottare il Board riflettono un antiamericanismo radicato in segmenti della società civile e di alcune forze politiche, spesso più identitario che strategico.
Questa postura rischia di sottovalutare la continuità dell’interesse nazionale italiano, che trascende i singoli inquilini della Casa Bianca e si fonda su un legame strutturale con Washington.
Una politica estera credibile richiede di distinguere tra critica legittima alle scelte di Donald Trump e necessità di restare nei luoghi in cui si decidono gli equilibri di sicurezza e sviluppo dell’area euro-mediterranea.
FAQ
Che cos’è il Board of peace
È un organismo promosso da Donald Trump e riconosciuto con una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, incaricato di supervisionare il percorso di pace e la stabilizzazione di Gaza.
Perché l’Italia partecipa solo come osservatore
Per rispettare l’articolo 11 della Costituzione e limitare gli impegni giuridici, mantenendo al contempo un ruolo politico ai tavoli decisionali sulla crisi mediorientale.
Quali Paesi sostengono il Board come membri
Monarchie del Golfo, stati ex sovietici tra cui Bielorussia, oltre a Turchia, Argentina, Ungheria e Bulgaria, configurando un nucleo eterogeneo ma filostatunitense.
Perché il Board è definito mini Onu privata
I critici lo vedono come struttura parallela, a forte impronta americana, creata per aggirare la paralisi decisionale dell’Onu e concentrare il potere negoziale attorno a Washington.
Qual è il rapporto tra Board e cessate il fuoco a Gaza
L’attivismo di Donald Trump e di diversi Paesi arabi, confluito nel Board, è accreditato di aver favorito cessate il fuoco e discussioni sul disarmo di Hamas.
Che ruolo gioca l’Italia nella ricostruzione di Gaza
L’Italia è impegnata in un vasto piano di sostegno alla popolazione palestinese, nell’addestramento delle forze di polizia locali e nella presenza dei carabinieri a Rafah.
Come hanno reagito gli altri Paesi europei
Francia e Germania hanno rifiutato la partecipazione, la prima subendo dazi Usa punitivi, mentre Commissione Ue, Grecia e Romania saranno osservatori.
Qual è la fonte originale di queste informazioni
Le analisi e i dati citati provengono dall’articolo originariamente pubblicato da Fortune Italia sul dibattito attorno al Board of peace.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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