Iran sfida Trump: escalation su nucleare, petrolio e assalto alla supremazia del dollaro cinese
Indice dei Contenuti:
Strategia su Teheran tra proteste interne e cautela americana
Teheran è attraversata da proteste che minano la tenuta del regime, mentre Washington alza la pressione senza oltrepassare la linea rossa dell’escalation militare. Donald Trump avverte che gli Stati Uniti reagiranno con colpi mirati se riprenderanno le repressioni letali, escludendo truppe sul terreno ma promettendo “risposte dove fa più male”.
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A sostegno della piazza iraniana si uniscono dichiarazioni dure da parte di Marco Rubio, che consolidano la postura americana e irritano l’ayatollah Ali Khamenei, il quale ordina massima allerta ai pasdaran.
Nonostante il tono, la Casa Bianca mantiene prudenza operativa: Trump non apre al principe ereditario Reza Pahlavi, segnale che punta a un’opzione intermedia e negoziata nel caso di caduta del leader supremo.
L’ispirazione è la “soluzione venezuelana”: cooptare segmenti dell’apparato, verosimilmente militare, per gestire la transizione, evitando vuoti di potere e destabilizzazione regionale.
Il messaggio a Teheran è duplice: pressione politica e deterrenza calibrata, con l’obiettivo di condizionare il dopo-Khamenei senza imporre un cambio di regime dall’esterno, ma orientando equilibri e interlocutori utili a un futuro tavolo negoziale.
Negoziato sul nucleare e rilancio degli Accordi di Abramo
Nel mirino americano c’è un nuovo accordo che blocchi l’accesso di Teheran all’arma atomica, allineato agli interessi di Israele e Arabia Saudita. L’obiettivo è ridurre il rischio di instabilità e costruire un perimetro di sicurezza utile a riattivare il processo di normalizzazione regionale.
La prosecuzione degli Accordi di Abramo è legata a tre frizioni: il confronto fra Riad e Gerusalemme sulla questione palestinese, i contrasti tra sauditi ed emiratini su Yemen e Sudan, e la volatilità generata dal teatro siriano.
In questo quadro, la caduta di Ali Khamenei aprirebbe una finestra negoziale: Washington punta a un esecutivo stabile, capace di assumere impegni verificabili sul nucleare. La pressione verrebbe modulata per accelerare tempi e garanzie, tenendo insieme sicurezza israeliana e necessità di deterrenza regionale.
La traiettoria è pragmatica: congelare il programma sensibile iraniano, rafforzare gli incentivi economici collegati alla normalizzazione e rimuovere gli ostacoli che oggi frenano l’estensione degli accordi. In assenza di progressi, la leva resta l’inasprimento mirato delle sanzioni e l’isolamento diplomatico, coordinato con i partner mediorientali.
Petrolio, dollaro e stretta sui Brics in chiave anti cinese
Caracas diventa il perno energetico della strategia americana: la cattura del controllo sul greggio venezuelano consente a Washington di rifornire anche Cina e Russia, imponendo la valuta statunitense nelle transazioni.
L’operazione rafforza il predominio del dollaro nel mercato petrolifero e interrompe i canali che legavano Venezuela ai partner dei Brics, inclusa Teheran.
Il nodo è la de-dollarizzazione: Pechino acquistava greggio venezuelano e iraniano in renminbi, aggirando sanzioni; gli Stati Uniti puntano a riportare i flussi sotto disciplina finanziaria occidentale.
La leva energetica si intreccia con l’inflazione interna: sbloccare risorse da Caracas e, in prospettiva, da Teheran, mira a ridurre i costi dell’energia e a raffreddare i prezzi negli USA.
Sullo sfondo, l’obiettivo è indebolire l’ecosistema della tecnologia green dominato dalla Cina, rendendo meno pressante la dipendenza americana da componenti e filiere asiatiche.
Le minacce di dazi contro i Brics e il rilancio del dollaro come moneta di scambio energetico rispondono alla linea sostenuta da Stephen Miran: preservare lo status globale della valuta statunitense e spezzare i circuiti di pagamento alternativi.
In questo contesto si inserisce anche l’uscita annunciata dall’Unfccc, letta a Washington come mossa geopolitica anti-Pechino, coerente con l’accentramento del potere contrattuale sull’energia.
FAQ
D: Perché gli USA puntano sul petrolio venezuelano?
R: Per consolidare il controllo dei flussi energetici e riaffermare il dollaro nelle transazioni internazionali.
D: In che modo la strategia tocca l’Iran?
R: Collegando il dossier iraniano a quello venezuelano per condizionare vendite e pagamenti di greggio.
D: Qual è il ruolo della Cina?
R: Principale acquirente di petrolio da Venezuela e Iran, pagava in renminbi, favorendo la de-dollarizzazione.
D: Come incide sul dollaro?
R: Ripristina la centralità della valuta USA negli scambi energetici e limita canali alternativi dei Brics.
D: Effetti sull’inflazione americana?
R: Maggiore offerta di greggio può ridurre i costi energetici e contribuire a frenare i prezzi.
D: Perché viene citata l’Unfccc?
R: L’addio è interpretato come mossa geopolitica per limitare l’influenza industriale di Pechino nel green.
D: Qual è la fonte giornalistica?
R: Fonte di ispirazione: ilgiornale.it.




