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Imagine the Possibilities. Se ti avessero detto che potevi essere quello che volevi, cosa saresti diventato?

22 Ottobre 2015

Siamo nel 2015, l’era del digitale, dei diritti umani (alcuni ancora tutti da conquistare), del politically correct.
Del femminismo digitale, dell’anti-femminismo digitale, della privacy violata e di quella riconquistata. In quest’epoca, che è oltre il post-moderno, oltre la commistione, oltre la perdita di valori e oltre la sua riconquista, anche grazie ai media digitali ci si sente a volte più “impegnati” (avete mai sentito parlare di slacktivism per esempio?), più curiosi, e ci si interessa di argomenti  che, prima, sembravano solo discorsi da intellettuali seduti ai caffè con in mano un libro di Simone de Beauvoir.

In questo caso specifico, stiamo parlando della condizione femminile e di come, in particolare, il tema venga trattato da brand e media. Mai come oggi la visibilità data a queste tematiche è altissima e la risposta dei brand non tarda ad arrivare. Nike, ad esempio, ha lanciato una campagna con hashtag collegato #likeagirl con l’intento di connotare questo modo di dire in senso positivo e di ridurre la percezione delle differenze fra ragazzi e ragazze, a partire dallo sport.

Se però nello sport si può giocare la carta del divertimento e della performance per arrivare al cuore del problema, molto più complesso è trattare l’argomento e schierarsi dal lato della “parità  di genere” se si producono miniature di bellissime donne sempre sorridenti,  con vitini strettissimi, ben pettinate e ben truccate in ogni occasione. Soprattutto, poi, se queste vengono date a delle bambine per giocare. Non stiamo parlando di chissà quale astruso artefatto ma, semplicemente, della Barbie.

Mattel ha recentemente dimostrato, però, che non solo può cogliere la sfida ma può anche vincerla. Ha infatti rilasciato uno spot che racconta una grande verità: è ciò che le ragazze possono immaginare, ciò che la loro cultura e la loro società le spinge a pensare che gli dà la possibilità di credere in loro stesse e di sentire che potranno essere tutto ciò che vogliono. 
Le loro Barbie non sono stereotipi sessisti di una donna che non c’è più.

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Sono strumenti attraverso cui realizzare i propri sogni: essere una professoressa, un’esploratrice, una veterinaria, un’archeologa, una coach. 
In questo spot c’è tutto quello che serve a una donna per sapere cosa potrà essere: tutto quello che vuole. Perché se l’emancipazione inizia quando si è piccole, è proprio in quel momento che si ha più bisogno di sapere che non ci sono limiti a ciò che si può diventare.
Qui il video dello spot:

Con oltre 6 milioni di visualizzazioi il video sta riuscendo non solo nell’intento di pubblicizzare una bambola già decisamente famosa ma anche nel far parlare di un argomento tanto importante e di dar modo anche ai più piccoli di partecipare al dibattito.

Uno dei commenti del video, infatti, è proprio di una ragazzina che voleva diventare una allenatrice ma credeva di non poterlo fare perché, parafrasando le sue parole, “quel mondo è un mondo per maschi”.

Insomma “knees up like a unicorn” proprio come le nostre speranze in un futuro di buon advertising, come questo.

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