Hacker pentito ruba 120mila bitcoin e ora punta alla cybersecurity, esperti divisi tra opportunità e rischi enormi

Indice dei Contenuti:
Ha rubato 120mila bitcoin, ora vuole lavorare nella cybersecurity
Dall’ombra al monitor
L’ex hacker **Ilya Lichtenstein**, protagonista del maxi-furto da circa 120mila bitcoin ai danni di **Bitfinex**, tenta ora di riposizionarsi come esperto di sicurezza informatica. Dopo quasi quattro anni trascorsi in alcune delle carceri più dure degli **Stati Uniti**, è tornato in libertà vigilata con l’obiettivo dichiarato di mettere il proprio know-how al servizio della difesa digitale. La vicenda riaccende il dibattito su quanto la cybersecurity debba aprirsi a profili con un passato criminale.
Durante la detenzione, il programmatore ha passato ore nella biblioteca del penitenziario, studiando testi di matematica avanzata e teoria dell’informazione per affinare le sue competenze tecniche. Questo percorso di autoformazione viene oggi presentato come parte di una maturazione personale, funzionale a un nuovo ruolo “dalla parte dei buoni”.
In un post pubblico, **Lichtenstein** descrive il passato da black hat come un’esistenza solitaria e paranoica e contrappone quella fase alla collaborazione in team di sicurezza: lavorare con professionisti che difendono infrastrutture critiche gli avrebbe mostrato, sostiene, come le stesse tecniche usate per violare i sistemi possano diventare strumenti di protezione.
Redenzione digitale o rischio calcolato?
La figura dell’ex criminale informatico riciclato come consulente di cybersecurity non è nuova. Il precedente più noto è quello di **Kevin Mitnick**, un tempo icona dell’hacking illegale e in seguito fondatore di una società di consulenza di sicurezza, penetration tester e relatore internazionale fino alla sua morte nel 2023. Il suo caso è spesso citato come prova che l’expertise maturata nell’exploitation può diventare un asset prezioso per la difesa.
Nel settore, però, la questione chiave resta la fiducia. L’accesso privilegiato a reti, dati sensibili e infrastrutture critiche rende ogni assunzione di un ex hacker un’operazione ad alto rischio reputazionale e operativo per aziende, banche e piattaforme crypto. I responsabili della sicurezza devono bilanciare l’attrattiva di competenze “dal fronte nemico” con il timore di recidiva o di conflitti d’interesse difficili da tracciare.
**Lichtenstein** insiste sulla capacità di “pensare come un avversario”, sostenendo di poter prevenire il “prossimo attacco da un miliardo di dollari” sfruttando gli stessi pattern mentali che in passato ha usato per violare sistemi. Spetta ora al mercato decidere se questa promessa valga il prezzo del rischio.
Il dilemma per aziende e istituzioni
Per le imprese di cybersecurity, l’ingresso di profili come **Lichtenstein** solleva domande strategiche. Da un lato, chi ha orchestrato uno dei più grandi furti di criptovalute comprende meglio di chiunque altro le catene di exploit, la monetizzazione del bottino e le falle procedurali degli exchange. Dall’altro lato, l’impatto d’immagine nell’ingaggiare chi ha minato la fiducia di milioni di utenti può essere devastante, soprattutto nel contesto iper-regolato delle crypto.
Gli esperti sottolineano che nessuna certificazione, neppure le più prestigiose nel mondo della sicurezza, replica la familiarità con le tecniche di offuscamento, il riciclaggio delle criptovalute e la gestione dell’opsec che caratterizzano gli attori del cybercrimine organizzato. Tuttavia, la piena reintegrazione richiederebbe trasparenza sui vincoli legali, programmi di supervisione stringenti e una comunicazione chiara verso clienti e partner.
Lo stesso **Lichtenstein** riconosce che “la vera sfida” sarà riconquistare la fiducia della comunità tech. La sua eventuale assunzione in ruoli sensibili costringerà aziende, regulator e investitori a definire fin dove può spingersi la cultura della seconda opportunità nel cuore delle infrastrutture digitali globali.
FAQ
D: Chi è Ilya Lichtenstein?
R: È il programmatore accusato del furto di circa 120mila bitcoin collegato all’exchange di criptovalute Bitfinex, ora intenzionato a lavorare nella cybersecurity.
D: Qual era il valore del bottino in criptovalute?
R: Il furto è stato stimato in miliardi di dollari, rendendolo uno dei più grandi attacchi legati alla blockchain.
D: Che tipo di pena ha scontato Lichtenstein?
R: Ha scontato quasi quattro anni in carceri di massima sicurezza negli Stati Uniti, in un quadro di condanna iniziale a 60 mesi.
D: Come ha trascorso il tempo in carcere?
R: Ha studiato soprattutto matematica avanzata e testi tecnici nella biblioteca del penitenziario per mantenere attive le competenze.
D: Perché vuole lavorare nella sicurezza informatica?
R: Sostiene di voler usare le proprie capacità per difendere sistemi e prevenire grandi attacchi, invece di sfruttarli.
D: Qual è il precedente più famoso di hacker diventato consulente?
R: Il caso più citato è quello di Kevin Mitnick, passato da hacker ricercato a noto esperto di sicurezza e consulente aziendale.
D: Quali sono i principali dubbi delle aziende?
R: Preoccupano l’affidabilità, il rischio reputazionale e l’opportunità di concedere accessi privilegiati a chi ha violato la legge.
D: Qual è la fonte giornalistica principale della vicenda?
R: Il caso è stato ricostruito e approfondito dalla stampa internazionale, tra cui testate come il New York Times, che hanno seguito il furto ai danni di Bitfinex e la successiva evoluzione giudiziaria.




