Giudice rivela cosa ha scoperto davvero ascoltando la telefonata di Stasi

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Il labirinto giudiziario del delitto di Garlasco
Il caso di Garlasco ruota attorno all’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella tranquilla cittadina di Garlasco, in provincia di Pavia. L’unico imputato, il fidanzato Alberto Stasi, è stato al centro di una vicenda giudiziaria che ha attraversato tre gradi di giudizio e un appello bis, diventando uno dei casi di cronaca nera più discussi d’Italia. In primo grado, nel 2009, il tribunale assolse Stasi ritenendo che le prove a suo carico non superassero la soglia del “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Nel 2011, la corte d’appello confermò l’assoluzione, consolidando l’idea di un impianto probatorio fragile e di un quadro indiziario non univoco. Nel 2013, però, la Corte di Cassazione annullò la sentenza di assoluzione con rinvio, chiedendo un nuovo giudizio d’appello “contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza”, ribaltando l’equilibrio precedente. Nel 2014, l’appello bis portò alla condanna di Stasi, segnando una svolta radicale rispetto alle valutazioni iniziali.
Nel 2015, il caso tornò nuovamente in Cassazione: il procuratore generale chiese ancora una volta l’assoluzione, ritenendo persistente il margine di dubbio. Gli “Ermellini”, però, confermarono la condanna a 16 anni, rendendola definitiva e chiudendo il percorso processuale, ma non il dibattito pubblico sulla tenuta logica e probatoria del verdetto.
Il “ragionevole dubbio” secondo il magistrato Vitelli
Il magistrato Stefano Vitelli, che in corte d’appello aveva assolto Alberto Stasi, è tornato sul caso nel corso della trasmissione televisiva “Ore 14 Sera”. In quell’occasione ha spiegato perché considera il delitto di Garlasco “un caso paradigmatico di ragionevole dubbio, di obiettiva incertezza”. Per Vitelli, il dubbio non è un segno di debolezza del giudice, ma uno strumento essenziale per verificare ogni indizio, senza fermarsi alla prima impressione o a letture psicologiche sommarie.
Il magistrato ha presentato il libro scritto con il giornalista Giuseppe Legato, “Il ragionevole dubbio di Garlasco – Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”, annunciato in tv con uscita il 5 febbraio ma indicato su Amazon per il 3 febbraio. L’opera si propone come un case study da manuale, destinato non solo a giuristi e magistrati, ma anche come strumento didattico per le scuole superiori. Vitelli invita a riflettere su come si costruisce la verità processuale e su quanto sia delicato bilanciare aspettative mediatiche e garanzie dell’imputato.
Secondo Vitelli, il cuore del problema sta nel rischio di trasformare il sospetto in prova, confondendo la pressione sociale di “trovare un colpevole” con il dovere costituzionale di accertare i fatti in modo rigoroso e rispettoso del principio di innocenza.
La telefonata al 118 e l’alibi informatico
Uno degli elementi più discussi del caso è la telefonata al 118 effettuata da Alberto Stasi intorno alle 13.50 del giorno del delitto. Nella chiamata, Stasi dice agli operatori: “Credo che abbiano ucciso una persona, non ne sono sicuro. Forse è viva”. Questa frase ha diviso per anni innocentisti e colpevolisti: per alcuni sarebbe la reazione confusa di un ragazzo in stato di shock, per altri un indizio di freddezza e di piena consapevolezza della morte di Chiara Poggi. Vitelli sottolinea come una singola telefonata non possa trasformarsi, di per sé, in prova dirimente di colpevolezza.
Il magistrato racconta di aver fatto ascoltare quella stessa chiamata a un vecchio amico del liceo, descritto come dotato di grande intelligenza emotiva e poco esposto all’influenza mediatica. Dove lui aveva percepito distacco, l’amico ha invece colto “ansia e paura, non freddezza”, dimostrando come le interpretazioni psicologiche siano intrinsecamente soggettive. Da qui l’idea che la telefonata al 118 possa al massimo costituire un sospetto, ma non un pilastro probatorio certo.
Vitelli ritiene che fosse giusto indagare su Stasi, anche per quella chiamata e per il suo ruolo di fidanzato della vittima, un atto dovuto sul piano investigativo. Tuttavia, l’alibi informatico legato all’uso del computer, se fosse stato esplorato e valorizzato tempestivamente, avrebbe potuto riequilibrare pesantemente quel sospetto iniziale, rendendo più difficile collocare l’imputato sulla scena del crimine negli orari cruciali.
FAQ
D: Chi era la vittima del delitto di Garlasco?
R: La vittima era Chiara Poggi, giovane donna uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di Garlasco, in provincia di Pavia.
D: Chi è stato imputato per l’omicidio di Chiara Poggi?
R: L’unico imputato è stato il fidanzato, Alberto Stasi, al centro di un lungo e complesso iter giudiziario.
D: Perché si parla di “ragionevole dubbio” nel caso di Garlasco?
R: Perché, secondo il magistrato Stefano Vitelli, sono rimaste significative aree di incertezza sulle prove, rendendo il caso emblematico del limite tra sospetto e prova.
D: Qual è il ruolo della telefonata al 118 nel processo?
R: La telefonata di Stasi è stata interpretata in modi opposti, come possibile indizio di colpevolezza o semplice reazione ansiosa, restando un elemento controverso.
D: Che cosa si intende per “alibi informatico” di Stasi?
R: È il riferimento agli orari in cui Alberto Stasi avrebbe lavorato al computer, dati che possono incidere sulla sua presenza o meno sulla scena del crimine.
D: Chi è Stefano Vitelli e quale fu il suo ruolo?
R: Stefano Vitelli è il magistrato che, in appello, assolse Stasi, e che oggi propone il caso come esempio di riflessione sul ragionevole dubbio.
D: Di cosa parla il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco”?
R: Il libro, firmato da Stefano Vitelli e Giuseppe Legato, ricostruisce il caso giudiziario e analizza il rapporto tra prove, dubbi e decisioni dei giudici.
D: Qual è la fonte principale delle ricostruzioni sul ragionevole dubbio nel caso Garlasco?
R: La fonte principale è il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco – Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia” di Stefano Vitelli e Giuseppe Legato.




