Garlasco, nuove rivelazioni giudiziarie mettono in discussione indagini e magistratura

Il ragionevole dubbio nel caso Garlasco: il libro di Stefano Vitelli
Nel dibattito ancora incandescente sul delitto di Garlasco, il volume Il ragionevole dubbio di Garlasco del giudice viareggino Stefano Vitelli offre una chiave di lettura radicalmente diversa: non la ricostruzione morbosa del caso, ma un’analisi rigorosa del dubbio come presidio di legalità. Vitelli, che il 17 dicembre 2009 assolse in primo grado Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi, non rilegge il processo per assolvere o condannare, ma per mostrare come il metodo, più del verdetto, definisca la qualità della giustizia penale.
Il punto non è sciogliere il nodo fra innocentisti e colpevolisti, ma capire perché, in uno Stato di diritto, «assolvere nel dubbio» non è una fuga di responsabilità bensì il cuore stesso del giudicare. Il libro si presenta così come un saggio di filosofia applicata alla pratica giudiziaria, pensato per lettori che vogliono comprendere, non tifare.
Filosofia del dubbio e responsabilità del giudice
Vitelli costruisce la propria riflessione attingendo alla tradizione filosofica: da Cartesio, per cui il metodo rigoroso è condizione di ogni verità conoscibile, ad Agostino d’Ippona, che dal dubbio trae una via alla certezza autentica.
Il giudice evita accuratamente di rivelare se ritenga personalmente colpevole o innocente Alberto Stasi: la questione, insiste, è irrilevante sul piano istituzionale. Conta soltanto se il quadro probatorio superi la soglia del ragionevole dubbio prevista dalla legge, al di là di impressioni, convinzioni soggettive o pressioni mediatiche.
In questa prospettiva il libro si configura come un manuale di etica del giudizio: il dubbio non è segno di debolezza, ma strumento per contenere l’errore in un’attività – quella penale – che incide irreversibilmente sulla vita delle persone.
La regola aurea: meglio un colpevole libero che un innocente in carcere
Nell’ossatura argomentativa del volume emerge la “regola in tre commi” della giustizia moderna: presunzione di innocenza, priorità della tutela dell’innocente, supremazia dei fatti sulle opinioni.


Vitelli richiama Immanuel Kant, secondo cui «da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non può uscire nulla di interamente dritto»: l’imperfezione strutturale dell’agire umano impone sistemi di garanzie più che di certezze assolute. Meglio dunque correre il rischio di lasciare libero un colpevole che incarcerare un innocente, perché la seconda ingiustizia è irreparabile.
Da qui la centralità di un approccio anti-emotivo al processo: il giudice, ricorda l’autore, è chiamato a resistere alla tentazione di “chiudere” i casi a ogni costo, e a sottomettere qualunque narrazione al vaglio non negoziabile delle prove verificabili.
Le anomalie del caso e il peso reale degli indizi
Il fascicolo Garlasco è storicamente carico di elementi incongrui, piste interrotte, passaggi investigativi controversi. Vitelli parte proprio da queste anomalie per interrogarsi su un nodo cruciale: quanto possono pesare, da sole, le incoerenze e gli indizi nel determinare una condanna penale per omicidio? La risposta, nel suo impianto, è netta: la somma di sospetti non diventa automaticamente prova, anche quando il contesto emotivo e mediatico spinge verso una “verità” rapida e rassicurante.
Il libro suggerisce di distinguere con rigore tra ipotesi plausibili e realtà dimostrata, ricordando che la prima appartiene al campo delle ricostruzioni, la seconda al dominio – molto più ristretto – dei fatti accertati.
Dai sospetti ai “sassi” fattuali: il filtro delle verifiche
Secondo Vitelli, la realtà «tollera molte spiegazioni, ma accade in un solo modo». Finché quel modo non è dimostrato, l’indagine resta aperta, e i sospetti non possono trasformarsi in condanna.
Gli indizi, spiega, hanno valore processuale solo se sottoposti a una “ordalia” di verifiche empiriche: resistenza ai contro-esami, coerenza con altri dati, ripetibilità delle analisi. In caso contrario producono soltanto “simulacri di verità”.
Il giudice definisce i fatti «sassi» duri e ruvidi, sui quali si infrangono costruzioni narrative basate su frammenti equivoci o cocci ambigui. È questo il discrimine tra giustizia fondata sulla prova e giustizia guidata dal pregiudizio, soprattutto in procedimenti ad altissimo impatto mediatico.
Empirismo, pragmatismo e la lezione di Peirce e Jung
Per orientare il metodo, Vitelli guarda all’empirismo più radicale e al pragmatismo di Charles Sanders Peirce, dove il significato di un’ipotesi si misura sulle sue conseguenze verificabili, non sulla sua forza suggestiva.
La riflessione si incrocia poi con le intuizioni di Carl Gustav Jung, che osservava: «L’uomo vuole certezze e non dubbi, risultati e non esperienze, senza accorgersi che le certezze non possono provenire che dai dubbi e i risultati dalle esperienze». E ancora: «Pensare è così difficile che la maggior parte degli uomini emette giudizi».
Nel contesto del caso Chiara Poggi, queste citazioni funzionano come avvertimento epistemologico: la sete collettiva di certezze può spingere verso scorciatoie cognitive che il processo penale, se vuole restare fedele al suo mandato, deve invece neutralizzare con disciplina probatoria.
Giustizia, limiti umani e filosofia come antidoto al giustizialismo
Il libro di Stefano Vitelli si colloca sul crinale fra cronaca nera, filosofia del diritto e antropologia del giudizio. Pur partendo da un caso altamente simbolico, l’autore mira a un obiettivo più ampio: mostrare come solo una consapevolezza piena dei limiti umani permetta alla giustizia di restare umana, evitando derive metafisiche o giustizialiste. La riflessione si nutre di rimandi letterari e musicali – da Franz Kafka a Fabrizio De André – per evidenziare che ogni processo penale è anche racconto del rapporto tra individuo, potere e verità.
Dal processo kafkiano alla giustizia “possibile”
Vitelli accosta il caso Garlasco agli incubi giudiziari de Il processo di Franz Kafka e de L’uomo che voleva essere colpevole di Henrik Stangerup, sottolineando come nella realtà italiana il rischio non sia meno insidioso: trasformare il processo in meccanismo che deve comunque “produrre” un colpevole.
La filosofia, in questa prospettiva, è strumento di difesa: separa il piano umano da quello metafisico, ricordando che amministrare la giustizia è compito di uomini fallibili, non di entità onniscienti. Da Fabrizio De André riprende l’idea che l’uomo non possa fare giustizia senza misurarsi con la “statura di Dio”, pur non essendo – e non potendo essere – dio.
Da qui l’esigenza di procedure trasparenti, motivazioni controllabili e verifica pubblica delle decisioni, antidoti fondamentali contro ogni forma di arbitrio.
Il limite come nome dell’uomo: Voegelin e Tommaso d’Aquino
Nell’ultima parte, Vitelli definisce il proprio lavoro una forma di “ascesi” laica: mettere continuamente in discussione se stessi e il proprio giudizio. Il vero nome dell’uomo, scrive, è limite; proprio per questo l’uomo è capace di guardare oltre, se accetta di confrontarsi con la realtà senza deformarla.
L’autore dialoga idealmente con Eric Voegelin, critico del pensiero ideologico, e con Tommaso d’Aquino, per il quale la verità nasce dall’aderenza dell’intelletto ai dati reali. Applicata al processo penale, questa impostazione distingue tra verità storica, verità processuale e narrazioni mediatiche, ricordando che solo la prima e la seconda possono fondarsi su prove.
In un contesto segnato da polarizzazioni e semplificazioni, Il ragionevole dubbio di Garlasco si propone così come strumento di alfabetizzazione civica al pensiero critico in materia di giustizia.
FAQ
Chi è Stefano Vitelli e quale ruolo ha avuto nel caso Garlasco?
Stefano Vitelli, nato a Viareggio nel 1974, è il giudice che il 17 dicembre 2009 assolse in primo grado Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi. Il suo libro ripercorre il caso dal punto di vista del metodo e del dubbio, non del tifo processuale.
Cosa sostiene il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco”?
Il ragionevole dubbio di Garlasco argomenta che in un processo penale è legittimo e doveroso assolvere quando permane un dubbio ragionevole, perché il compito del giudice è applicare la prova, non soddisfare aspettative emotive o mediatiche.
Perché il dubbio è centrale nel diritto penale?
Il dubbio è presidio di garanzia: la regola secondo cui l’imputato è innocente fino a prova contraria implica che la condanna sia possibile solo quando la ricostruzione accusatoria supera ogni ragionevole dubbio, evitando errori irreparabili sulle libertà individuali.
Qual è il ruolo degli indizi nel caso Garlasco secondo Vitelli?
Vitelli riconosce l’esistenza di numerose anomalie e indizi nel fascicolo Garlasco, ma insiste che sospetti e incoerenze non bastano da soli: devono essere verificati empiricamente e integrati in un quadro probatorio solido, altrimenti restano mere ipotesi.
Come interviene la filosofia nell’analisi del processo?
La filosofia offre strumenti per disciplinare il giudizio: dal metodo di Cartesio all’empirismo di Peirce, dal pensiero di Agostino d’Ippona a quello di Tommaso d’Aquino, Vitelli usa queste categorie per distinguere tra verità dimostrata e narrazione.
Perché si citano Jung, Kafka e Stangerup?
Carl Gustav Jung è richiamato per descrivere il bisogno umano di certezze, che spinge a giudizi affrettati; Franz Kafka e Henrik Stangerup servono a mostrare come il processo possa degenerare in macchina persecutoria, se non ancorato a prove rigorose.
Quale messaggio civico emerge per lettori e cittadini?
Il libro invita a diffidare del giustizialismo, a distinguere fra ciò che si pensa e ciò che si dimostra, e a considerare il processo penale come luogo di verifica dei fatti, non come arena per soddisfare bisogni di punizione o narrazioni mediatiche preconfezionate.
Qual è la fonte originale della riflessione sul caso Garlasco?
La riflessione qui sintetizzata prende le mosse dal volume Il ragionevole dubbio di Garlasco di Stefano Vitelli e dall’analisi giornalistica che lo ha presentato, dedicata al delitto di Chiara Poggi e al percorso giudiziario di Alberto Stasi.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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