Garlasco, nuova pista investigativa sulla scarpa rinvenuta dietro casa Poggi

Garlasco, il mistero della scarpa scomparsa e le ombre sulle indagini
A 18 anni dall’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, continuano ad affiorare elementi poco chiariti che alimentano dubbi sulla completezza delle indagini originarie. Dopo il biglietto anonimo trovato nella tomba della vittima, torna al centro dell’attenzione il ritrovamento di una scarpa femminile dietro la casa di via Pascoli, emerso in tv a Mattino 5. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che, per tempi, luogo e modalità di gestione, pone interrogativi sulla catena di custodia dei reperti e sulla loro valutazione investigativa. L’episodio si inserisce nel contesto di un fascicolo che, con il nuovo coinvolgimento di Andrea Sempio, continua a essere riaperto mediaticamente e giudiziariamente.
Alla luce dei criteri di attendibilità, ricostruzione documentale e analisi delle fonti, questo elemento va collocato in un quadro più ampio di possibili lacune procedurali e di gestione non lineare delle prove materiali.
Il ritrovamento dietro la casa di via Pascoli
Il 5 maggio 2008, circa nove mesi dopo il delitto, un uomo rinviene sul retro delle abitazioni di via Pascoli una scarpa piccola, descritta come un mocassino da donna numero 36-37. Il luogo è delicatissimo: la scarpata lungo la strada sterrata perimetrale alle ville, in corrispondenza dell’abitazione della famiglia Poggi, indicata nel verbale come casa della “figlia della signora Bermani”.
Il ritrovamento avviene in un’area che avrebbe dovuto essere oggetto, già nelle prime ore dopo l’omicidio, di controlli sistematici e ripetuti. Il fatto che il reperto emerga mesi dopo e grazie all’iniziativa di un privato cittadino, e non di un sopralluogo tecnico, è un primo indice di possibile insufficienza della perlustrazione originaria.
Il testimone sottolinea che la scarpa appariva in pessimo stato, “marcia” e infangata, condizione compatibile con una lunga permanenza all’aperto.
Le cautele del testimone e la possibile rilevanza forense
L’uomo che trova la scarpa riferisce di averla toccata solo con un pezzo di legno, proprio per non contaminarla. Questo comportamento istintivo è coerente con una percezione spontanea del valore probatorio dell’oggetto. Una scarpa femminile, di numero compatibile con una giovane donna, in prossimità della scena del crimine, avrebbe potuto essere sottoposta a analisi del DNA, di tracce ematiche o di microfibre.


L’usura e il fango, anziché escluderne la rilevanza, ne accrescono il potenziale interesse temporale: un reperto degradato può collocarsi cronologicamente più vicino al momento del delitto rispetto a un oggetto integro e recente. In un’indagine per omicidio, la prassi forense impone in genere la conservazione di qualsiasi potenziale indizio correlato alla scena, salvo successiva esclusione motivata.
La gestione della scarpa tra verbali, fotografie e decisioni non tracciate
Dalle testimonianze rese a Mattino 5 e dai documenti mostrati in trasmissione emerge una gestione frammentaria e poco documentata della scarpa. Nei verbali compare la descrizione del vigile intervenuto, certo che si trattasse di un mocassino di marca Sebago, marchio che dice di conoscere perché lo indossava da ragazzo. Esistono quattro foto di scarpe nuove, sempre Sebago nere, ma non l’immagine del reperto originario. La scarpa rinvenuta, secondo quanto ricostruito, sarebbe stata buttata, ritenuta non utile. In un procedimento di tale rilevanza mediatica e giudiziaria, la mancanza di una traccia chiara sul perché e da chi sia stata presa questa decisione rappresenta un vulnus di trasparenza investigativa.
La difformità tra quanto verbalizzato, quanto effettivamente conservato e quanto poi cestinato pone un problema di affidabilità della catena di custodia.
Dalla chiamata ai Vigili al conferimento al comando di Vigevano
Il cittadino, dopo il ritrovamento, riferisce di aver “preso la bicicletta” e di essersi recato in piazza per avvisare i Vigili. Questi lo avrebbero seguito sul posto, avrebbero raccolto la scarpa con i guanti, inserendola in un sacchetto di plastica e inviandola al comando di Vigevano. La sequenza è coerente con una prima corretta procedura di repertazione: protezione con dispositivi, imballaggio separato, trasmissione ad autorità superiore.
Il passaggio successivo, tuttavia, è meno chiaro: la scarpa viene dichiarata priva di interesse e gettata. La mancanza di documenti dettagliati sul percorso, dalla raccolta al cestinamento, evidenzia un’incompleta verbalizzazione dei passaggi intermedi, cruciale in sede di revisione processuale o di analisi retrospettiva.
Le fotografie sostitutive e il problema della documentazione
Negli atti emerge soltanto la presenza di quattro fotografie di scarpe nuove, modello Sebago nere, usate come esempio dal vigile per far capire il tipo di calzatura. Non risultano però immagini del reperto reale, che era infangato e deteriorato. La sostituzione documentale di un oggetto concreto con immagini esemplificative indebolisce la solidità probatoria del fascicolo.
In ambito investigativo, la documentazione fotografica del reperto effettivo, nel suo stato e contesto originari, è un requisito minimo di tracciabilità. L’assenza di tali immagini rende impossibile ogni verifica tecnica indipendente successiva, dalle perizie difensive alle analisi comparative, e alimenta dubbi sulla valutazione iniziale di irrilevanza.
Contraddizioni, responsabilità e impatto sul quadro probatorio
Il testimone riferisce di essersi recato anche personalmente al comando dei Carabinieri di Vigevano, dove avrebbe parlato con il “capitano Cassese”, che gli avrebbe chiesto cosa facesse dietro l’abitazione di Chiara Poggi. L’uomo spiega di essere lì per raccogliere “erbette”. Questo dettaglio collega direttamente la gestione del reperto non solo alla polizia locale, ma anche all’Arma, cuore dell’indagine. L’episodio della scarpa, assieme al biglietto anonimo sul quale si è tornati di recente, si aggiunge a una serie di circostanze percepite come “strane” dall’opinione pubblica. In un contesto in cui il nome di Andrea Sempio è riemerso tra gli indagati, ogni anomalia alimenta la necessità di riesaminare criticamente la solidità del quadro probatorio e l’adeguatezza delle metodologie seguite.
Stranezze procedurali e percezione di giustizia
L’insieme di reperti trascurati, oggetti gettati, documentazione parziale e decisioni poco motivate produce un effetto diretto sulla fiducia collettiva nella giustizia. Nel caso di Garlasco, la persistenza di dettagli mal gestiti mantiene aperta la ferita sociale e moltiplica teorie alternative. In termini di affidabilità istituzionale, ogni elemento che appare “inspiegabile” diventa terreno fertile per dubbi sistemici sulle indagini. La cura nella custodia delle prove non è solo un obbligo tecnico, ma una componente essenziale della legittimazione del verdetto agli occhi dell’opinione pubblica.
Perché la scarpa continua a contare dopo 18 anni
Anche se la scarpa non è più disponibile, il modo in cui è stata gestita resta rilevante. In prospettiva processuale, casi come questo mostrano come l’assenza di un reperto possa influenzare eventuali richieste di revisione o nuove indagini. In prospettiva storica e giornalistica, la scarpa diventa simbolo delle criticità di un’inchiesta complessa, dove ogni mancanza procedurale rischia di scaricarsi, a distanza di anni, sulla ricostruzione della verità. La discussione mediatica su episodi come questo segnala l’urgenza di standard più rigorosi e verificabili nella gestione dei reperti in indagini ad altissimo impatto sociale.
FAQ
Perché la scarpa trovata a Garlasco è considerata importante
Perché è un possibile reperto compatibile per tipo, numero e luogo con la scena del delitto di Chiara Poggi, ma è stata poi cestinata senza tracciabilità completa.
Dove fu rinvenuta la scarpa legata al caso Garlasco
Lungo la scarpata della strada sterrata che costeggia le ville di via Pascoli, dietro l’abitazione della famiglia Poggi indicata come casa della “figlia della signora Bermani”.
Che tipo di scarpa era e a quale marca è stata associata
Un mocassino da donna di piccole dimensioni (36-37), che un vigile identificò come modello simile alle scarpe di marca Sebago nere.
Chi segnalò il ritrovamento della scarpa alle autorità
Un cittadino che, dopo averla vista, andò in bicicletta in piazza per avvisare i Vigili, accompagnandoli poi sul luogo del ritrovamento.
Che ruolo hanno avuto i Vigili e i Carabinieri di Vigevano
I Vigili repertarono la scarpa e la inviarono a Vigevano; successivamente il testimone riferisce di aver parlato con il “capitano Cassese” dei Carabinieri.
Perché la scarpa fu buttata nonostante il potenziale valore probatorio
Secondo le ricostruzioni, fu giudicata marcia e priva di interesse investigativo, ma non esiste una motivazione dettagliata e formalizzata negli atti.
Quali conseguenze ha la mancanza di documentazione fotografica del reperto
Impedisce ogni verifica peritale successiva, indebolisce la catena di custodia e alimenta dubbi sulla correttezza della valutazione iniziale.
Qual è la fonte originale del racconto sulla scarpa di Garlasco
Le informazioni derivano dalla ricostruzione giornalistica dell’agenzia Dire e dalle testimonianze rese in tv a Mattino 5.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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