Garlasco, Gallo contesta la scarpa smarrita e parla di frode

Nuove ombre investigative sul caso Garlasco
A quasi diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna al centro del dibattito pubblico per una presunta grave anomalia nella gestione di un potenziale reperto probatorio. Le ricostruzioni proposte da Mattino Cinque riportano l’attenzione su una scarpa rinvenuta nei pressi dell’abitazione dei Poggi, mai formalmente repertata e – secondo la testimonianza raccolta – gettata nei rifiuti dopo un primo intervento apparentemente corretto dei vigili.
Un dettaglio che, se confermato, solleverebbe interrogativi pesanti sulla catena di custodia delle prove e sulla tenuta complessiva delle indagini che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. In studio, le parole nette dell’avvocato Gallo hanno acceso il confronto, arrivando a parlare apertamente di “frode processuale” e di possibili responsabilità in capo agli stessi investigatori.
La scarpa raccolta dai vigili e finita nella spazzatura
Secondo la ricostruzione dell’inviato Emanuele Canta, un cittadino avrebbe trovato una scarpa nei dintorni della casa dei Poggi, consegnandola ai vigili. Gli agenti, sempre stando alla testimonianza, avrebbero indossato i guanti e inserito l’oggetto in un sacchetto, come da prassi di conservazione dei reperti.
Il punto critico riguarda la fase successiva: la scarpa sarebbe stata giudicata non rilevante e quindi eliminata, senza alcuna repertazione ufficiale, senza verbale specifico e senza fotografie agli atti.
Se questo passaggio fosse confermato in sede giudiziaria, emergerebbe una rottura della catena di custodia che, in un’inchiesta per omicidio, rappresenta una violazione grave dei protocolli tecnici e delle buone pratiche di polizia giudiziaria.
La foto agli atti e la discrepanza sul modello Sebago
Il quadro si complica con la presenza, nel fascicolo, di un’immagine di un’altra scarpa, diversa da quella descritta dal testimone. L’uomo avrebbe parlato di “una scarpa di piccola taglia, tra il 36 e il 37, simile a un modello Sebago e priva di stringhe”.


La foto agli atti mostrerebbe invece una scarpa stringata, con suoletta interna priva del marchio Sebago. Questa discrepanza, evidenziata da Mattino Cinque, solleva il dubbio su quale sia, di fatto, l’oggetto documentato nel fascicolo.
In studio, il giornalista Stefano Zurlo ha ironizzato: “Non è che prendi e vai da un calzolaio e dici ‘Siccome ho buttato la scarpa, ne fotografo una che più o meno gli assomiglia’”, sintetizzando lo scetticismo verso una gestione ritenuta opaca.
Le accuse di frode processuale e il ruolo degli inquirenti
Nella trasmissione condotta da Federica Panicucci, il confronto si è rapidamente spostato dal singolo reperto al metodo investigativo complessivo adottato nel caso Poggi. Stefano Zurlo ha sottolineato la necessità di registrare e verbalizzare ogni oggetto consegnato dai cittadini, soprattutto quando collegato a un delitto così grave.
Il dibattito ha toccato anche la proliferazione, negli anni, di ritrovamenti nell’area di Garlasco e lungo il Ticino, elemento che alimenta interrogativi sulla selezione e valutazione dei reperti. In questo contesto, l’avvocato Gallo ha spinto l’analisi su un piano giuridico, utilizzando termini penalmente rilevanti e assumendosene la responsabilità in diretta televisiva.
“Questa è frode processuale”: il passaggio più duro
L’avvocato Gallo ha definito senza esitazioni l’episodio della scarpa come una ipotesi di frode processuale, affermando: “Questa è frode processuale. Come dice Canta, l’investigatore non deve ritenere se quell’oggetto sia o non sia importante nei confronti delle indagini, lo deve mettere a disposizione dell’autorità giudiziaria”.
Secondo il legale, la decisione autonoma di scartare un possibile reperto e di sostituirlo, nei fatti, con la foto di un oggetto differente, si tradurrebbe in un condizionamento oggettivo dell’attività degli inquirenti e, potenzialmente, dell’autorità giudiziaria.
Per l’avvocato, si tratterebbe di una condotta che devia la ricerca della verità, alterando il percorso probatorio in un procedimento penale di enorme impatto pubblico.
I riferimenti a Cassese, San Giuliano e agli altri errori
Nello stesso intervento, Gallo ha evocato altri episodi controversi, facendo i nomi di Cassese e San Giuliano e citando criticità tecniche come l’apertura dei computer senza adeguate cautele forensi.
Questi richiami puntano a un presunto pattern di leggerezze investigative, non limitate al singolo oggetto smarrito o mal gestito, ma estese a procedure delicate come l’analisi dei dispositivi informatici.
Il legale ha concluso con un giudizio drastico: “Se fossi stato un pubblico ministero all’epoca, li avrei indagati tutti quanti”, indicando come, a suo parere, tali condotte integrerebbero ipotesi di reato meritevoli di accertamento formale.
Impatto sul caso Stasi e sugli standard investigativi
Le nuove contestazioni sulla gestione dei reperti riaprono il dibattito pubblico sulla solidità dell’impianto probatorio che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi. Stasi ha sempre ribadito la propria innocenza e ogni anomalia emersa nel tempo alimenta il confronto tra garantismo, certezza della pena e affidabilità delle indagini.
La “scarpa fantasma” si inserisce in un elenco di elementi discussi da anni: dal bottone della tuta alla gestione iniziale della scena del crimine, fino ai rilievi sul fiume Ticino. Sullo sfondo, resta la necessità di rafforzare trasparenza e tracciabilità dei reperti in tutte le inchieste per omicidio.
Catena di custodia, trasparenza e fiducia nella giustizia
Dal punto di vista tecnico, la vicenda riportata da Mattino Cinque mette al centro la catena di custodia: ogni reperto deve essere identificato, verbalizzato, fotografato e conservato in modo tracciabile. La decisione discrezionale di eliminare un oggetto, senza alcuna formalizzazione, mina la verificabilità a posteriori delle attività investigative.
In casi mediatici come Garlasco, eventuali falle procedurali hanno un doppio impatto: processuale, perché possono influire sulla valutazione delle prove, e sociale, perché erodono la fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di garantire indagini accurate e imparziali.
Il rispetto rigoroso dei protocolli diventa quindi un presidio di affidabilità del sistema giustizia, non solo un adempimento burocratico.
Il caso Garlasco come monito per future indagini
Il dibattito televisivo intorno alla scarpa scomparsa evidenzia come il caso Garlasco sia ormai anche un laboratorio critico sugli errori da non ripetere. La gestione iniziale della scena, i reperti discussi, le anomalie documentali mostrano quanto ogni scelta sul campo possa avere conseguenze decennali.
Per gli operatori del diritto e le forze dell’ordine, questa vicenda richiama l’urgenza di aggiornare formazione, protocolli operativi e culture organizzative, soprattutto nei reati più gravi e mediaticamente esposti.
Per l’opinione pubblica, le rivelazioni rappresentano l’occasione per riflettere su quanto sia essenziale che ogni indagine penale regga non solo al vaglio processuale, ma anche allo scrutinio informato e trasparente dei cittadini.
FAQ
Cosa ha rivelato Mattino Cinque sul caso Garlasco?
Mattino Cinque ha riportato la testimonianza su una scarpa trovata vicino alla casa dei Poggi, consegnata ai vigili, inizialmente trattata come possibile reperto e poi, secondo quanto riferito, gettata senza repertazione formale.
Perché la scarpa è considerata un elemento potenzialmente decisivo?
La scarpa, per posizione e caratteristiche, poteva essere sottoposta a rilievi biologici e comparativi. La sua eliminazione impedisce qualsiasi verifica successiva su DNA, impronte o compatibilità con persone o luoghi collegati al delitto.
Qual è la discrepanza tra la scarpa descritta e la foto agli atti?
Il testimone parla di una scarpa piccola, simile a un modello Sebago e senza stringhe; la foto nel fascicolo mostrerebbe invece una scarpa stringata, priva del marchio indicato, facendo ipotizzare un oggetto diverso.
Perché l’avvocato Gallo parla di frode processuale?
L’avvocato Gallo sostiene che eliminare un potenziale reperto e sostituirlo, nei fatti, con la foto di un oggetto diverso significhi indirizzare gli inquirenti su una pista alterata, integrando, a suo giudizio, una frode processuale.
Che ruolo hanno avuto le critiche di Stefano Zurlo?
Stefano Zurlo ha messo in dubbio la correttezza della gestione del reperto, ironizzando sull’ipotesi di una “scarpa sostituita”, e chiedendo maggiore rigore nel verbalizzare e documentare gli oggetti consegnati dai cittadini.
Queste rivelazioni possono riaprire il processo Stasi?
Eventuali riaperture dipendono solo dalla magistratura e da nuovi elementi giuridicamente rilevanti. Le rivelazioni televisive, da sole, non bastano: servono accertamenti formali su fatti, documenti e responsabilità.
Cosa insegna questa vicenda sulla gestione delle prove?
Il caso evidenzia l’importanza di protocolli stringenti: ogni reperto va tracciato, conservato e documentato per garantire controllabilità e tutela dei diritti di tutte le parti, dall’indagato alla vittima.
Qual è la fonte delle dichiarazioni su scarpa e frode processuale?
Le ricostruzioni e le dichiarazioni di Emanuele Canta, Stefano Zurlo e dell’avvocato Gallo provengono dall’ultima puntata di Mattino Cinque, che ha dedicato un ampio approfondimento al caso Garlasco.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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