Funerali svelano il grande segreto nascosto dietro l’ultimo addio

Indice dei Contenuti:
Non solo moda dietro i funerali
L’ultima passerella silenziosa
Le esequie di creatori come Giorgio Armani e Valentino Garavani hanno mostrato una scena rara: una folla composta, internazionale, trasversale per età, ruoli, censo. Uomini d’azienda, diplomatici, creativi, buyer, accanto a cittadini comuni, tutti riuniti in un rito collettivo che assomiglia più a un atto civile che a un appuntamento mondano.
In quei luoghi non si piange soltanto la scomparsa di un protagonista della moda, ma la chiusura di una stagione storica. Si saluta un’idea di Italia che ha saputo coniugare disciplina creativa, industria e artigianato, trasformando il talento individuale in sistema produttivo. Un modello che ha portato l’immagine del Paese ben oltre i confini dei distretti manifatturieri.
Dietro i corpi esausti dei grandi maestri si intravede una comunità professionale che vive di filiere, distretti, scuole, piccole aziende familiari. È questa infrastruttura sociale – spesso invisibile nelle narrazioni glamour – che rende quei funerali momenti di riconoscimento nazionale: la consapevolezza che lì si celebra una parte consistente della nostra identità economica e culturale.
Il motore nascosto del brand Italia
La moda italiana è molto più di un comparto produttivo. Da decenni agisce come una potente macchina di soft power che precede ambasciate, fiere istituzionali e campagne turistiche. Senza Milano, Roma, le fashion week, i marchi storici e la loro narrazione di stile e qualità, l’Italia non sarebbe diventata un brand globale così riconoscibile.
È paradossale celebrare il turismo come “vera industria nazionale” ignorando che proprio l’immaginario costruito dalla moda ha reso desiderabili le città d’arte, i borghi, il lifestyle italiano. Il turismo ha raccolto un dividendo reputazionale elaborato per decenni da sfilate, campagne, showroom, red carpet, non l’ha generato da zero.
I numeri confermano la centralità del sistema-moda: oltre 100 miliardi di fatturato, circa il 5% del Pil, fino al 12% dell’export e almeno un milione di occupati in una galassia di imprese. È economia reale, capillare, che sostiene territori e filiere. Eppure la politica continua a oscillare tra retorica celebrativa e scarsa considerazione strategica, senza riconoscere al settore lo status di asset nazionale da presidiare con strumenti mirati.
Un gigante dai piedi fragili
Dopo anni di crescita, tra 2024 e 2025 il sistema ha iniziato a rallentare: export in frenata, moda uomo in calo, calzatura in sofferenza, tessile sotto pressione. Il lusso regge, ma non basta: si è creato un sistema a due velocità, con pochi grandi gruppi solidi e una base produttiva frammentata, sottocapitalizzata, vulnerabile a shock di costi, domanda e norme.
Nell’olimpo dei campioni rimangono realtà come Armani, Prada, OTB di Renzo Rosso, Zegna, Moncler, Tod’s, Ferragamo, Cucinelli, mentre un lungo elenco di marchi storici è passato sotto controllo estero, perdendo sovranità industriale pur conservando il fascino estetico. In assenza di un vero piano di filiera, la sostenibilità è stata spesso trasformata in un costo unilaterale, non in leva competitiva.
Il contesto globale, fra Stati Uniti e Cina maturi e instabili, costi energetici elevati e medio di gamma sotto assedio, rende illusorio pensare a una crescita per inerzia. Servono politiche industriali selettive: accesso agevolato al credito, incentivi agli investimenti, sostegno all’export, formazione tecnica e manageriale. Senza un presidio strutturale, resteranno marchi fortissimi appoggiati su un sistema produttivo sempre più fragile, un paradosso destinato a esplodere ben prima del prossimo addio pubblico a un grande maestro.
FAQ
D: Perché ai funerali dei grandi stilisti partecipa tanta gente diversa?
R: Perché diventano riti collettivi in cui si riconosce non solo una figura creativa, ma un’intera stagione industriale e culturale del Paese.
D: Che legame c’è tra moda italiana e turismo?
R: L’immaginario costruito dalla moda ha reso l’Italia desiderabile, alimentando flussi turistici che sfruttano un brand Paese plasmato da decenni di stile e comunicazione.
D: Quanto pesa il sistema-moda sull’economia nazionale?
R: Circa il 5% del Pil, fino al 12% dell’export e almeno un milione di addetti lungo la filiera manifatturiera e dei servizi collegati.
D: Perché il settore è definito a due velocità?
R: Perché pochi grandi gruppi globali convivono con una base di Pmi fragili, esposte a shock di costi, domanda e regolazione.
D: Quali sono i principali mercati esteri?
R: Stati Uniti e Cina restano cruciali ma volatili; l’Europa continua a essere fondamentale, soprattutto per il medio-alto di gamma.
D: Qual è il rischio di una politica industriale debole?
R: Perdere sovranità sui marchi, impoverire la filiera produttiva e trasformare l’Italia in semplice vetrina turistica del lusso altrui.
D: Che tipo di sostegni servirebbero alle imprese di moda?
R: Strumenti per capitalizzarsi, investire in innovazione e sostenibilità, formare competenze tecniche e manageriali, difendere le filiere dai passaggi speculativi.
D: Da quale fonte giornalistica è tratto il quadro descritto?
R: L’impianto argomentativo si ispira a un’analisi pubblicata su Corriere della Sera, rielaborata e sintetizzata in chiave editoriale e SEO.




