Franco Battiato ritorna sullo schermo in un biopic sorprendente che svela lati segreti, visioni e rivoluzioni musicali

Indice dei Contenuti:
“Franco Battiato. Il lungo viaggio”: un biopic materno per vedere la sua musica
Un ritratto intimo attraverso lo sguardo materno
Il film diretto da Renato De Maria sceglie una via laterale per raccontare il cantautore siciliano, aggirando scandali, amori tormentati e climax spettacolari che il protagonista non ha mai cercato. La sceneggiatura di Monica Rametta costruisce la narrazione attorno al rapporto con la madre, figura affettiva e iniziatica che diventa bussola emotiva e lente d’ingrandimento del carattere. Ogni svolta biografica è legata a lei e al pianoforte, trasformando il legame familiare in dispositivo drammaturgico e metafisico.
Il biopic lavora sulla dimensione femminile che circonda l’artista: dalla madre interpretata da Simona Malato alla scrittrice Fleur Jaeggy, incarnata da Elena Radonicich, presenza discreta ma costante. L’assenza di episodi sensazionalistici obbliga la regia a concentrarsi su micro-gesti, silenzi, spostamenti geografici e interiori. Ne nasce un racconto di formazione diffuso, che segue il protagonista dal borgo marinaro di Riposto, in provincia di Catania, al mondo culturale milanese, con salti temporali rapidi ma coerenti.
L’arco narrativo si arresta simbolicamente alla morte della madre e all’uscita de La cura, quando la domanda identitaria «Chi sono io?» trova una sua provvisoria risposta. Sperimentazioni, misticismo e ricerca spirituale emergono per stratificazione, non per enunciazione didascalica.
Musica da vedere, non solo da ascoltare
La sceneggiatrice rivendica un approccio che rifiuta l’etichetta di semplice biografia per inseguire il viaggio di un uomo alla ricerca del sacro nel quotidiano. L’interpretazione di Dario Aita diventa cruciale: recitazione misurata, voce sorprendentemente vicina all’originale, controllo assoluto nei momenti in cui l’eccentricità artistica poteva degenerare in caricatura. Le fasi più estreme, dalla stagione di Fetus al viaggio in Africa, restano credibili proprio perché tenute lontane dal compiacimento.
La scelta di far cantare direttamente l’attore giustifica una lunga sezione centrale in cui i brani iconici vengono proposti quasi integralmente. Dal videoclip ricreato de L’era del cinghiale bianco – con cameo di Anna Castiglia – fino a Bandiera bianca, Cuccurucucù, Centro di gravità permanente, lo spettatore assiste a una sorta di concerto filmato. L’effetto è volutamente borderline tra cinema e videoclip, con un rallentamento narrativo che privilegia la fruizione emozionale delle canzoni.
La genesi dei brani viene sfiorata solo in pochi casi, come per La stagione dell’amore, ma la missione dichiarata da De Maria è “far vedere la musica”. In questa prospettiva, la fedeltà vocale di Aita rende coerente l’operazione: l’immagine si piega al suono, non il contrario, trasformando le hit in momenti di identificazione collettiva, soprattutto nella futura messa in onda su Rai 1.
Tra sogno, realismo e ricerca del vero
La struttura del film alterna realismo asciutto e inserti onirici innevati che visualizzano la tensione verso una verità non afferrabile. La definizione del maestro Antonio Ballista, «una verità intangibile», diventa chiave di lettura dei passaggi più visionari, dove il percorso spirituale si intreccia con i cambiamenti di carriera e di pubblico. Il sogno non interrompe il reale: lo commenta, lo spinge, lo contraddice.
In parallelo, alcune scene di crudele ironia restituiscono la lucidità pratica del protagonista. L’episodio in cui, davanti ai discografici, annuncia con calma di aver “deciso di fare i soldi” è indicato dal produttore Bruno Tibaldi come uno dei momenti più aderenti al vero. Il film mostra così un artista capace di coniugare ascesi interiore e strategia professionale, senza agiografie né demolizioni.
La presenza maschile è rarefatta ma significativa: oltre a Ballista, il fratello di Battiato rappresenta uno dei pochi contrappunti positivi in un universo dominato da figure femminili. Il risultato è un’opera che si muove con naturalezza tra sala cinematografica e prime time televisivo, rispettando la memoria di un autore che ha fatto del “continuo vagare” – fisico, culturale, spirituale – la propria cifra.
FAQ
D: Chi ha scritto la sceneggiatura del film?
R: La sceneggiatura è firmata da Monica Rametta, che ha scelto un approccio centrato sul rapporto familiare e spirituale.
D: Chi interpreta il protagonista sullo schermo?
R: Il ruolo di Franco Battiato è affidato all’attore Dario Aita, che cura sia la recitazione sia le parti cantate.
D: Qual è il periodo della vita raccontato dal film?
R: La narrazione va dall’infanzia a Riposto fino alla morte della madre e all’uscita de La cura, evitando gli ultimi anni di vita.
D: Che ruolo ha la madre nella storia?
R: La madre, interpretata da Simona Malato, è il fulcro emotivo e simbolico, collegata a ogni snodo esistenziale e musicale.
D: Come viene trattata la musica nel film?
R: I brani sono eseguiti in voce originale da Dario Aita e messi in scena come veri e propri quadri visivi, più che semplici sottofondi.
D: Ci sono elementi onirici o surreali?
R: Sì, gli intermezzi innevati e alcune visioni traducono in immagini la ricerca di una verità spirituale “intangibile”.
D: L’opera è più pensata per il cinema o per la TV?
R: È concepita come prodotto ibrido, distribuito in sala per pochi giorni e poi programmato su Rai 1, con linguaggio adatto a entrambi.
D: Qual è la fonte giornalistica originale che ha ispirato questo approfondimento?
R: L’analisi si ispira a un articolo pubblicato su Rolling Stone Italia, che ha raccontato il film e le scelte di Renato De Maria e Monica Rametta.




