Fabrizio Corona su Netflix: scandalo soldi pubblici, mito dell’incasso e chi paga davvero quella serie

Indice dei Contenuti:
Finanziamenti pubblici e docuserie su Corona
Quasi 800 mila euro di fondi pubblici sono stati riconosciuti alla docuserie “Fabrizio Corona – Io sono notizia”, in streaming su Netflix dal 9 gennaio, tramite il meccanismo del credito d’imposta. L’importo preciso, 793.629 euro, copre circa un terzo di un budget complessivo di 2.448.556 euro.
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La serie in cinque episodi, diretta da Massimo Cappello e Marzia Maniscalco, è prodotta da Bloom Media House, realtà con profilo essenziale che dichiara attività di ideazione e produzione per televisione, cinema e web. Nonostante la struttura snella del produttore, l’operazione ha ottenuto la distribuzione su una piattaforma globale, beneficiando al contempo di risorse erogate dallo Stato italiano.
Il prodotto è stato accolto da critiche severe: su Corriere della Sera, Aldo Grasso l’ha definita «uno spot» che tenta di rilegittimare un personaggio condannato per vari reati; su Repubblica, Antonio Dipollina l’ha descritta come una «vasca di liquami» che monetizza il retrobottega del berlusconismo. Il nodo, però, non riguarda la qualità o la moralità del racconto, ma l’uso di denaro pubblico per un titolo destinato a una piattaforma privata con forte capacità finanziaria.
Il meccanismo del tax credit e i suoi effetti
Il tax credit audiovisivo opera in modo pressoché automatico: soddisfatti requisiti formali su attività del produttore, spesa eleggibile e “visibilità adeguata”, scatta l’agevolazione fiscale. La valutazione di contenuti sensibili — odio, pornografia o discriminazioni — interviene solo ex post e può portare a revoca, non a un blocco preventivo.
Non si tratta di contributi selettivi valutati da commissioni su valore artistico o interesse culturale, ma di un incentivo generalista che, in assenza di filtri sostanziali, riversa risorse pubbliche su progetti destinati a circuiti altamente commerciali. L’effetto pratico è una distribuzione “a pioggia” che premia la capacità di accesso alle procedure più della rilevanza pubblica delle opere.
Nel caso della docuserie su Fabrizio Corona, l’agevolazione riduce il rischio per il produttore e alleggerisce l’esborso della piattaforma acquirente. Il modello replica su altri titoli in cataloghi di colossi come Netflix, Paramount+ e Sky, spostando una quota del costo industriale su contribuenti, pur in presenza di attori con forte potenza finanziaria e canali di monetizzazione consolidati.
FAQ
- Cos’è il tax credit audiovisivo?
Un credito d’imposta automatico che sostiene produzioni cinematografiche e seriali al ricorrere di requisiti formali. - Il finanziamento valuta la qualità dell’opera?
No, non è una procedura selettiva basata su merito artistico o interesse culturale. - Quando intervengono i controlli sui contenuti?
Solo dopo l’erogazione, con possibile revoca in caso di violazioni. - Chi beneficia indirettamente dell’incentivo?
Piattaforme come Netflix, Paramount+ e Sky, che vedono ridotti i costi di acquisizione. - Quanto ha ricevuto la serie su Fabrizio Corona?
793.629 euro, circa un terzo del budget. - Perché è considerato un sostegno “a pioggia”?
Perché l’accesso è ampio e basato su criteri tecnici, non su priorità di interesse pubblico. - Qual è la fonte giornalistica citata?
L’inchiesta di Davide Perego su La Verità, che ha documentato i casi e gli importi.
Piattaforme globali e dubbi sui criteri ministeriali
La docuserie su Fabrizio Corona non è un caso isolato: lo stesso schema di agevolazione ha sostenuto titoli destinati a Paramount+ (Vita da Carlo 4) e a Sky (Gomorra – Le origini, Call My Agent 3). Il risultato è che quote rilevanti di spesa vengono coperte con risorse pubbliche, mentre la distribuzione e la monetizzazione restano in capo a piattaforme con elevata capitalizzazione e mercati internazionali.
Il nodo sollevato in via del Collegio Romano riguarda la coerenza tra finalità del sostegno e beneficiari finali. Il credito d’imposta, privo di selezione contenutistica ex ante, trasferisce parte del rischio industriale dal produttore alla collettività, con vantaggi indiretti per operatori come Netflix, Paramount+ e Sky. In assenza di criteri che privilegiino l’interesse culturale o la sala cinematografica, la leva pubblica finisce per consolidare posizioni di mercato già dominanti.
Le contraddizioni interne al ministero della Cultura emergono sui criteri di “adeguata visibilità” e sulla mancanza di tetti o correttivi quando l’acquirente è un broadcaster globale. Senza linee guida più stringenti su impatto culturale, ricaduta territoriale e diritti secondari, il meccanismo rischia di funzionare come sussidio strutturale, più che come politica industriale mirata al pluralismo e alla crescita dell’ecosistema nazionale.
FAQ
- Qual è il problema principale evidenziato?
Il sostegno pubblico finisce per agevolare piattaforme globali con forte capacità finanziaria. - Quali piattaforme sono coinvolte?
Netflix, Paramount+ e Sky, tramite produzioni o acquisizioni agevolate. - Il ministero valuta i contenuti prima del finanziamento?
No, la verifica è principalmente ex post e può portare solo a revoca. - Perché si parla di distorsione del mercato?
Perché l’incentivo riduce il rischio per operatori già dominanti, senza premiare l’interesse pubblico. - Quali criteri risultano controversi?
“Adeguata visibilità” e assenza di filtri su impatto culturale e sala. - Che effetto ha sui produttori locali?
Spinge a strutturare progetti secondo le esigenze delle piattaforme, non della politica culturale. - Qual è la fonte giornalistica citata?
L’inchiesta di Davide Perego su La Verità, che documenta importi e casi.




