Fabrizio Corona sorprende tutti, la rivelazione inaspettata dell’avvocata Bernardini De Pace

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Denuncia e diritto all’onore
Nel caso che ha visto protagonista Raoul Bova, l’azione legale coordinata dall’avvocata divorzista Annamaria Bernardini De Pace ha dimostrato come la denuncia per diffamazione e violazione della privacy resti lo strumento primario per arginare derive mediatiche e digitali. Quando contenuti privati, come gli audio inviati a Martina Ceretti, vengono pubblicati online senza consenso, entrano in gioco il diritto all’onore, alla reputazione e alla riservatezza, tutelati dal codice civile e penale. La scelta di non cedere ai ricatti e di portare la vicenda davanti ai giudici ha creato un precedente rilevante per il mondo dello spettacolo e per qualunque vittima di gogna mediatica.
La recente ondata di accuse rivolte a figure popolari come Gerry Scotti dimostra quanto sia fragile il confine tra informazione, gossip e vera e propria diffamazione. In questo quadro, le parole della legale, che invita a “rispondere per vie legali” a chi usa piattaforme web per attacchi personali, assumono un evidente valore esemplare. Non è solo una difesa individuale: ogni denuncia contribuisce a costruire una giurisprudenza più severa verso l’abuso dei media digitali.
La responsabilità non ricade soltanto sugli autori dei contenuti ma anche su chi li ospita e li amplifica. Quando un grande broadcaster come Mediaset annuncia che si tutelerà “in ogni sede” contro “falsità gravissime”, manda un segnale chiaro all’intero ecosistema mediatico: la libertà di espressione non copre il ricatto, la diffamazione seriale né l’esposizione incontrollata di vita privata.
Il ruolo dei giudici e delle piattaforme
Il provvedimento del giudice Roberto Pertile, che ha imposto limiti e sanzioni all’ultima puntata del programma web di Fabrizio Corona, rappresenta per gli addetti ai lavori “una decisione straordinaria dal punto di vista etico, giuridico e anche giornalistico”. Stabilire paletti alla circolazione di contenuti lesivi non significa censura, ma applicazione rigorosa delle norme su diffamazione, privacy e responsabilità degli editori, anche quando si tratta di piattaforme digitali ibride tra intrattenimento e pseudo-inchiesta.
Secondo l’impostazione sostenuta da Bernardini De Pace, chi gestisce format come “Falsissimo”, pur non essendo iscritto all’Ordine dei giornalisti, dovrebbe rispondere delle stesse fattispecie di reato previste per chi diffonde notizie false o manipolate a danno di terzi. L’elemento chiave è la “sistematicità”: solo una sequenza coerente di sentenze, in grado di riconoscere la natura offensiva e spesso strumentale di certe campagne mediatiche, può scoraggiare chi “non ha nulla da perdere e fa quello che vuole”.
La risposta del sistema giudiziario, però, non basta se non viene accompagnata da una presa di posizione netta delle piattaforme che ospitano i contenuti. Podcast, canali streaming e social guadagnano visibilità e abbonati proprio su format aggressivi e polarizzanti. Interrompere la catena economica che premia l’esposizione morbosa è parte integrante della tutela delle persone coinvolte e della qualità complessiva dell’informazione.
Contromisure creative e danno economico
Il caso di Raoul Bova è emblematico anche per l’uso “creativo” degli strumenti giuridici a tutela della propria immagine. Registrando presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM) espressioni come “Occhi spaccanti” e l’intera frase “Buongiorno essere speciale dal sorriso meraviglioso e dagli occhi spaccanti”, l’attore ha trasformato un frammento di vita privata in un segno distintivo protetto. Questo ha permesso di bloccare la diffusione illecita degli audio e di configurare ulteriori violazioni non solo sul piano della privacy ma anche del diritto industriale.
L’avvocata Bernardini De Pace sottolinea la necessità di intervenire proprio sul fronte patrimoniale: finché c’è chi si abbona a podcast costruiti su rivelazioni aggressive e chi cede ai ricatti, il meccanismo resta economicamente conveniente per chi li orchestra. L’obiettivo è rovesciare l’equazione, facendo sì che ogni nuovo contenuto diffamatorio si traduca in costi, risarcimenti e perdita di credibilità per autore e piattaforma. Da qui l’auspicio che altre vittime seguano la strada intrapresa dall’attore, “apripista” di provvedimenti capaci di segnare una svolta.
Intanto, l’esperienza di chi è “uscito dalla tempesta mediatica” e oggi “sta benissimo” evidenzia che resistere alla pressione, non scendere a patti e usare fino in fondo gli strumenti legali resta la strategia più efficace. Non solo per il singolo, ma per ridefinire il perimetro etico entro cui dovrebbero muoversi informazione, intrattenimento e storytelling digitale.
FAQ
D: Come può una vittima reagire a contenuti diffamatori online?
R: Può presentare querela per diffamazione, chiedere il sequestro dei contenuti e avviare un’azione civile per il risarcimento dei danni.
D: Il fatto che un autore non sia giornalista lo esonera da responsabilità?
R: No, chi diffonde pubblicamente accuse false o lesive risponde comunque dei reati di diffamazione e delle violazioni della privacy.
D: Che ruolo hanno i giudici nelle vicende mediatico‑giudiziarie?
R: Devono bilanciare libertà di espressione e tutela della reputazione, imponendo limiti e sanzioni quando i contenuti superano il confine della liceità.
D: Cosa significa intervenire “in modo sistematico” contro la diffamazione?
R: Significa promuovere azioni legali in ogni episodio rilevante, creando una scia di sentenze che renda sempre meno conveniente perseverare.
D: Perché colpire il guadagno economico dei diffamatori è così importante?
R: Perché molti format vivono di abbonamenti e visibilità; se generano solo perdite legali, il modello di business diventa insostenibile.
D: È possibile proteggere frasi e contenuti personali come marchi?
R: Sì, se hanno carattere distintivo possono essere registrati presso l’UIBM, ostacolando la loro diffusione non autorizzata.
D: Le piattaforme che ospitano i contenuti hanno responsabilità?
R: Sì, devono agire su segnalazione, rimuovere materiale illecito e possono essere coinvolte in sede civile se traggono profitto da contenuti diffamatori.
D: Qual è la principale lezione del caso che ha coinvolto Raoul Bova?
R: Che resistere ai ricatti, affidarsi a legali esperti come Annamaria Bernardini De Pace e usare strumenti creativi come la registrazione all’UIBM può fermare la diffusione illecita, come riportato dalla testata la Repubblica.




