Euro in calo, tensioni in Iran agitano i mercati valutari europei

Perché l’euro sta crollando sul dollaro con la guerra in Iran
Il cambio euro-dollaro è sceso in poche settimane fino area 1,14, minimi da agosto, mentre la guerra in Iran alimenta la fuga verso i beni rifugio.
Gli investitori globali spostano capitali sui Treasury USA e sul biglietto verde, favorito anche dalle aspettative sui tassi Fed e dall’impennata del petrolio oltre 100 dollari al barile.
Il movimento, che smentisce le narrative sulla “dedollarizzazione”, colpisce in particolare l’Europa, molto più esposta agli shock energetici.
La combinazione tra tensioni geopolitiche, inflazione attesa in risalita e incertezza sulle mosse di BCE e Federal Reserve ridisegna gli equilibri valutari e rilancia il rischio di stagflazione, soprattutto nel Vecchio Continente.
In sintesi:
- Euro in calo verso 1,14 dollari, minimi da agosto, con fuga verso asset sicuri.
- Rialzo rendimenti Treasury a 2 anni e Fed attesa più aggressiva sui tassi.
- Petrolio sopra 100 dollari rilancia la pressione inflazionistica in USA ed Eurozona.
- Europa più esposta a shock energetici e rischio stagflazione rispetto agli Stati Uniti.
Il cosiddetto “fly to quality”, la fuga dei capitali verso gli asset percepiti come più sicuri, sta premiando il dollaro, salito di oltre il 4% in media contro le principali valute dalla fine di gennaio.
Il rendimento del Treasury a 2 anni è passato da meno del 3,40% prima del conflitto al 3,75%, incorporando aspettative di tassi Fed più alti più a lungo.
Fino a poche settimane fa il mercato scontava 1-2 tagli da 0,25% entro un anno; ora prevale l’ipotesi di stallo, se non addirittura di nuova stretta, che rafforza ulteriormente il biglietto verde.
Tassi, petrolio e inflazione: come cambiano le strategie di Fed e BCE
La guerra in Iran ha spinto le quotazioni del petrolio oltre i 100 dollari al barile, con effetti diretti su benzina, bollette e, a cascata, su tutto il paniere dei beni e servizi.
Negli Stati Uniti l’inflazione era stabile al 2,4% a febbraio, con prezzi al consumo in leggera accelerazione mensile allo 0,3%, ma questo quadro è già superato: da marzo è attesa una risalita dei prezzi, solo in parte mitigata dal dollaro forte.
Anche nell’Eurozona l’inflazione al 1,9%, appena sotto il target BCE del 2%, rischia di superare l’obiettivo a causa del caro energia.
La Federal Reserve, che a dicembre ha portato il costo del denaro al range 3,50-3,75%, potrebbe essere costretta dal nuovo scenario a rinviare qualsiasi allentamento.
Il prossimo governatore Kevin Warsh dovrà mostrarsi più prudente, arrivando perfino a valutare un aumento dei tassi, scelta potenzialmente in contrasto con le richieste del presidente Donald Trump, tradizionalmente favorevole a una politica monetaria più accomodante.
A inizio anno, con il petrolio sotto i 60 dollari grazie anche alla cattura di Nicolas Maduro e alla prospettiva di un rientro del Venezuela sui mercati, Washington spingeva per tagli dei tassi; oggi lo scenario si è ribaltato.
La BCE, dal canto suo, ha già segnalato possibili rialzi per contrastare il caro energia e sostenere il cambio dell’euro, ma deve misurarsi con una crescita più fragile e con un rischio recessione non trascurabile.
Europa più vulnerabile: il ritorno del rischio stagflazione
Le nuove tensioni in Medio Oriente hanno cancellato lo scenario relativamente benigno di inizio anno, quando l’euro aveva superato 1,20 dollari per la prima volta dall’estate 2021, complice la debolezza del biglietto verde.
Oggi riemerge con forza la storica vulnerabilità dell’Europa agli shock energetici: mentre gli USA producono circa i due terzi del greggio che consumano, l’Unione Europea dipende quasi integralmente dalle importazioni.
Questo sbilanciamento accentua il rischio di stagflazione, combinazione di crescita debole e inflazione alta che rende più complessa l’azione di politica monetaria.
Il rendimento del titolo tedesco a 2 anni sconta per l’area euro finanche due rialzi dei tassi nel medio termine, ma il cambio contro il dollaro continua a indebolirsi, segnalando che in questa fase prevale l’attrattiva del mercato statunitense rispetto alle considerazioni macro dell’Eurozona.
Per gli investitori, la sfida sarà valutare se e quando la forza del dollaro diventerà eccessiva per l’economia USA, aprendo spazio a un ribilanciamento dei flussi verso l’Europa, o se invece il quadro geopolitico manterrà a lungo il vantaggio strutturale del biglietto verde.
FAQ
Perché l’euro è sceso rapidamente verso 1,14 dollari?
L’euro è sceso perché la guerra in Iran ha innescato fuga verso il dollaro, sostenuto da rendimenti americani più alti e maggiore percezione di sicurezza.
Come incide il petrolio sopra 100 dollari su euro e dollaro?
Incide aumentando l’inflazione globale. Penalizza soprattutto l’Europa, molto importatrice di energia, mentre gli USA, più autonomi, risultano relativamente favoriti nei flussi di capitale.
Cosa può fare la BCE per sostenere il cambio euro-dollaro?
Può reagire al caro energia anticipando o intensificando i rialzi dei tassi, ma deve bilanciare l’obiettivo di stabilità dei prezzi con il rischio di frenare ulteriormente crescita e occupazione.
Il dollaro forte è destinato a durare a lungo?
È probabile che il dollaro resti forte finché perdurano tensioni geopolitiche, rendimenti USA superiori e percezione di maggiore sicurezza degli asset americani rispetto all’Eurozona.
Quali sono le fonti utilizzate per questa analisi sull’euro?
L’analisi deriva da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, opportunamente rielaborate dalla nostra Redazione.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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