Djokovic svela il retroscena inaspettato su Sinner e una vittoria discussa
Quando il destino si ribella
Nel tennis d’élite, dove un punto pesa come un lingotto, perdere facendo dodici punti in più dell’avversario è un paradosso che racconta più di qualsiasi tabellino. È quanto accade al campione in carica, piegato da un Novak Djokovic che sembra piegare il Tempo, l’aria dell’Australian Open e l’inerzia di un match che i numeri, da soli, non spiegano. Due palle break trasformate su 18, otto solo nel quinto set, sono il promemoria crudele di un’occasione dilapidata più con la testa che con il braccio.
Alle due del mattino il campione siede con la testa tra le mani, il linguaggio del corpo di chi sa di avere avuto la partita sul piatto. «Ho avuto molte chance, non le ho sapute sfruttare» ammette, scegliendo poche parole e nessuna scusa. È una sconfitta che brucia perché arriva nello Slam cerchiato in rosso, quello della possibile ulteriore consacrazione, del passo in più verso il modello a cui si ispira. Ma ogni epopea sportiva passa dal momento in cui il destino, che sembrava già scritto, si ribella e costringe a riscrivere daccapo il copione interiore.
Nel silenzio del dopo-partita resta sospesa anche la domanda sul ruolo alla cerimonia inaugurale di Milano-Cortina: «Non lo so ancora». Prima di decidere il proprio posto nella storia, bisogna capire cosa non ha funzionato in una notte che segna lo spartiacque tra l’euforia dell’ascesa e la complessità della maturità agonistica.
Il capolavoro tattico del vecchio leone
Sulla moquette blu di Melbourne Park il match vero si gioca nello scambio da fondo, il regno di casa del campione azzurro. Percentuali alla mano, il servizio funziona: 75% di prime, 80% dei punti vinti con la prima, 26 ace da record personale. Eppure è Djokovic, con l’intelligenza dello scacchista di razza, a prendersi i punti che contano davvero e a ribaltare la narrazione di un passaggio di consegne ritenuto quasi inevitabile dopo cinque kappaò consecutivi. A 39 anni all’alba, il serbo non è solo resistenza fisica: è gerarchia mentale nei momenti in cui la racchetta pesa il doppio.
La chiave sta negli scambi prolungati, tradizionale cartello “proprietà privata” italiano: sopra i nove colpi il serbo comanda 28 punti a 21, un ribaltone che smonta certezze e costringe l’avversario a dubitare delle proprie scelte. I due set ceduti a Lorenzo Musetti nei turni precedenti, prima del ritiro del toscano, appaiono così come prova generale di un’ennesima resurrezione agonistica. Ogni smarrimento precedente diventa materiale grezzo per il capolavoro successivo.
Nel dopo-partita il numero uno di Belgrado scherza con feroce lucidità: «Ho ringraziato Jannik perché stavolta mi ha lasciato vincere». Dietro la battuta, la consapevolezza di aver saputo premere esattamente sui tasti giusti del blocco mentale del giovane leone, disinnescandone le mine offensive e trasformando lo specchio tattico in un labirinto a senso unico.
Lezioni, crampi e nuovi orizzonti
Dopo la doccia l’incantesimo si rompe e lasciato alle spalle il frastuono del centrale resta la voce nuda del campione sconfitto: «Ho commesso degli errori, può succedere. A volte ho fatto scelte non giuste però era quello che mi sentivo di fare. Ho dato tutto, non è bastato: va bene così». Perdere non è reato, soprattutto quando arriva alla fine di un’imbattibilità di 20 incontri, iniziata a Shanghai tra crampi e paure e proseguita fino al cielo australiano. Ma il corpo ha memoria: i crampi con Griekspoor, il brivido con Spizzirri, le «48 ore interessanti» dopo la vittoria su Shelton alludono a un virus che attraversa spogliatoi e autocertezze.
Evapora così il sogno del tris australiano e, per effetto domino, l’ipotesi indicibile del Grande Slam, l’ombra lunga del mitologico Rod Laver in tribuna che applaude chi prova a scippargli l’eternità. Intanto Djokovic porta il suo fuoco in finale contro Carlos Alcaraz, mentre per l’azzurro la vetta del ranking si allontana di qualche passo e cambia orizzonte: gli occhi vanno su Parigi, sulla terra rossa che può diventare catarsi dopo il tormento sul veloce.
Il volo di ritorno verso Montecarlo offrirà ore preziose per rivedere palle break sprecate e scelte affrettate, ma soprattutto per trasformare una notte di rimpianti in un capitale tecnico e mentale. Le grandi carriere non si misurano solo dagli Slam vinti, ma dalla capacità di far fruttare gli inciampi che li hanno ritardati.
FAQ
D: Perché una sconfitta con più punti vinti fa notizia?
R: Perché evidenzia la differenza tra dominio statistico e gestione dei momenti chiave, decisivi nel tennis moderno.
D: In cosa è stato superiore Novak Djokovic?
R: Nella gestione dei punti importanti, negli scambi lunghi e nella lettura tattica delle fasi calde del match.
D: Il servizio dell’italiano è stato davvero all’altezza?
R: Sì, le percentuali di prime e il numero di ace confermano una prestazione di alto livello al servizio.
D: Quanto ha inciso l’aspetto mentale sulla partita?
R: In modo determinante: il blocco nei momenti decisivi ha reso inefficace il vantaggio tecnico e numerico accumulato.
D: Gli acciacchi e i virus a Melbourne hanno avuto un ruolo?
R: Hanno probabilmente lasciato tossine fisiche e mentali, riducendo il margine nei momenti di massima pressione.
D: Cosa cambia adesso per il ranking mondiale?
R: La riconquista della vetta si allontana nel breve periodo, ma resta alla portata con una buona stagione sugli Slam.
D: Perché Parigi diventa l’obiettivo prioritario?
R: Perché la terra rossa può esaltare le caratteristiche dell’azzurro e offrire una nuova occasione di titolo Major.
D: Qual è la fonte principale di queste informazioni e analisi?
R: La ricostruzione si ispira a un reportage sportivo pubblicato sul Corriere della Sera a firma di Gaia Piccardi, inviata a Melbourne.




