Design svela il segreto nascosto in un oggetto comune di casa

Indice dei Contenuti:
Tutti abbiamo in casa un oggetto di design
Design nascosto in cucina
Nelle cucine italiane convivono quotidianamente icone del progetto industriale che molti non riconoscono come tali. La caffettiera in alluminio ideata da Alfonso Bialetti, con corpo ottagonale e manico in bachelite, è un caso esemplare: nasce nel 1933 ispirandosi alle vasche per il bucato, ma diventa un’architettura domestica in miniatura, invariata da quasi un secolo e imitata in tutto il mondo.
Il principio è semplice: poche parti, tutte sostituibili, un gesto ripetibile da chiunque, una forma che comunica immediatamente funzione e ritualità. È la sintesi perfetta tra accessibilità, durevolezza e riconoscibilità, elementi fondamentali dei prodotti che entrano stabilmente nei comportamenti di massa.
Allo stesso modo la bottiglietta trasparente per salsa di soia progettata da Kenji Ekuan per Kikkoman nel 1975 nasce da anni di prototipi per controllare il flusso e ridurre le gocce. Il piccolo tappo rosso con doppia apertura interpreta esigenze ergonomiche e di pulizia, tanto da finire nella collezione permanente del MoMA di New York e diventare modello per innumerevoli imitazioni globali.
Quel che le accomuna è la capacità di trasformare una funzione banalissima – versare un liquido, preparare un caffè – in un gesto codificato, preciso, quasi rituale. È qui che il design smette di essere ornamento e diventa infrastruttura invisibile della vita quotidiana, spesso firmata da aziende italiane che hanno saputo coniugare industria, ricerca sui materiali e narrazione pubblicitaria.
Oggetti minimi, rivoluzioni silenziose
Nelle case circolano strumenti minuscoli che hanno cambiato il modo di scrivere, illuminare, curare l’igiene senza mai rivendicare un’aura “di lusso”. Il pennarello a punta sintetica lanciato da F.I.L.A. e progettato con Design Group Italia negli anni Settanta sfrutta un sistema che fa uscire l’inchiostro anche dai lati: funziona inclinato, al contrario delle penne a sfera tradizionali. Premiato con il Compasso d’Oro, è diventato standard scolastico e da ufficio prima ancora che oggetto di culto tra grafici e creativi.
Nello stesso decennio i fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni sviluppano per l’azienda milanese VLM l’interruttore “rompitratta”: un piccolo modulo in plastica che permette di accendere e spegnere lampade lungo il cavo. È un capolavoro di economia progettuale: pochissimi elementi, montaggio intuitivo, costi ridotti e una chiara leggibilità tattile del comando.
Ancora più radicale è il flaconcino per disinfettante progettato dal gruppo MID per Ciba‑Geigy a metà anni Ottanta: il colore del liquido, il tappo triangolare ispirato ai copricapi delle monache di corsia e la presa stabile trasformano un comune presidio medico in microarchitettura tascabile. Anche questo premiato con il Compasso d’Oro, dimostra quanto la cultura del progetto possa incidere su gesti “di cura” che nessuno definirebbe spontaneamente “di design”.
L’autorevolezza di questi oggetti non deriva dalla firma, ma dall’uso quotidiano: resistenza, sicurezza, accessibilità economica e facilità di sostituzione dei pezzi ne fanno riferimenti affidabili in milioni di famiglie.
Arredo, città e icone popolari
Molti elementi che consideriamo puro arredamento o semplice arredo urbano nascono da riflessioni complesse su ergonomia, materiali e comportamenti collettivi. La sedia pieghevole in plastica e metallo concepita da Giancarlo Piretti, capace di chiudersi in pochi centimetri e impilarsi, definisce un nuovo modo di gestire spazi domestici e pubblici: leggera, trasparente, facilmente stoccabile, viene clonata in tutto il mondo perché abbatte il confine tra arredo occasionale e oggetto di rappresentanza.
Il portaombrelli cilindrico progettato da Gino Colombini per Kartell negli anni Cinquanta sfrutta la plastica stampata per creare un contenitore robusto, lavabile, spesso riusato come cestino: due aperture laterali lo rendono immediatamente leggibile, l’uso di colori pieni lo trasforma in segno grafico negli androni delle case e negli uffici.
Fuori dall’abitazione, i dissuasori stradali in calcestruzzo ideati da Enzo Mari per il Comune di Milano alla fine degli anni Settanta dimostrano come anche il controllo del traffico possa essere affidato a una forma essenziale ma espressiva. Soprannominati “panettoni”, questi elementi modulano lo spazio pubblico con un linguaggio sobrio e riconoscibile, tanto da essere esportati in molte altre città italiane.
Nel bagno, lo scopino “Cucciolo” del designer giapponese Makio Hasuike per Gedy e i sanitari in porcellana colorata realizzati da Gio Ponti per Ideal Standard dimostrano che persino gli oggetti più imbarazzanti o tecnici possono diventare icone formali. Curve morbide, proporzioni precise e scelta cromatica definiscono una nuova estetica dell’intimità domestica, spesso riconosciuta soltanto quando questi pezzi compaiono nei musei o nei manuali di storia del design.
FAQ
D: Perché molti oggetti comuni sono considerati design industriale?
R: Perché uniscono funzione, ergonomia, materiali e produzione in serie secondo criteri progettuali precisi, anche se appaiono “banali”.
D: La caffettiera in alluminio è ancora un riferimento per i designer?
R: Sì, per l’equilibrio tra forma iconica, smontabilità, durata e riparabilità che anticipa i temi del design sostenibile.
D: Cosa rende esemplare la bottiglietta per salsa di soia di Kenji Ekuan?
R: Il controllo del flusso, il tappo ergonomico e la silhouette riconoscibile che hanno ridefinito la percezione del condimento.
D: Perché il pennarello con punta sintetica è considerato innovativo?
R: Perché scrive anche inclinato, semplifica il gesto e democratizza un’esperienza di scrittura fluida e controllata.
D: Gli interruttori sul cavo sono ancora un modello attuale?
R: Sì, grazie alla forma compatta, alla facilità d’uso e alla possibilità di intervenire su lampade già installate.
D: Qual è il valore del flaconcino con tappo triangolare nel design sanitario?
R: Introduce riferimenti simbolici, maggiore sicurezza d’uso e una riconoscibilità immediata del contenuto.
D: Da dove provengono molte delle storie sugli oggetti citati?
R: Da ricostruzioni giornalistiche e analisi storiche pubblicate dal Post, che ha raccontato l’origine di numerosi oggetti di uso quotidiano.
D: Come possiamo riconoscere un oggetto di progetto nelle nostre case?
R: Osservando durata, coerenza tra forma e funzione, comfort d’uso, capacità di essere copiato e presenza in musei o premi di settore.




