Le cuffie Bose ci spiano. E l’azienda finisce in tribunale per violazione della privacy

Le nostre abitudini d’ascolto venivano vendute ad altre aziende. E a finire nel mirino sono le cuffie Bose. A fare causa all’azienda per violazione della privacy è stato un utente statunitense Kyle Zak che vive nell’Illinois.
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La colpa non è tanto delle cuffie wireless Quitecomfort 35, dal prezzo di 350 dollari ma di un’applicazione chiamata “Bose Connect”, che collega le cuffie allo smartphone. Attraverso questa app, si legge nel documento, Bose avrebbe raccolto e registrato i titoli di canzoni e podcast ascoltati, e li avrebbe trasmessi, insieme a dati identificativi dell’utente, ad aziende esterne.
Nelle indicazioni dell’applicazione infatti è specificato che tutte le informazioni saranno fornite, tra gli altri, a Segment.io, azienda di data collection che, si legge sul sito ufficiale, poi le invierà “ovunque nel mondo”.
Attraverso quest’app è possibile individuare le abitudini d’ascolto e quini risalire ai nostri orientamenti religiosi o sessuali che attingono la sfera della privacy. “Chi ascolta una preghiera musulmana è molto probabilmente di fede musulmana, chi ascolta un podcast su Hiv e Aids ne è probabilmente affetto”, scrivono gli avvocati dell’uomo che ha fatto partire la causa.
Un tema molto delicato questo e molto sensibile. La condotta di Bose violerebbe l’Electronic Communications Privacy Act del 1986 e una serie di leggi statali americane sulla privacy. Ma la privacy è tutelata anche in tutti gli altri paesi.
Con un comunicato stampa la Bose ha però rassicurato tutti i clienti affermando che nessuna informazione è mai stata venduta a terzi o utilizzata per schedarli. Il danno però è stato fatto non solo perché l’azienda si riservava la possibilità di inviare questi dati sensibili a terzi ma anche perché l’utente ha deciso di far partire una class action. Vedremo se la stessa avrà seguito e se provocherà danni economici o quanto meno di immagine alla società leader nel mercato delle cuffie.
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