Creator e intelligenza artificiale erodono lettori e ricavi dei giornali secondo l’ultimo rapporto Reuters

Indice dei Contenuti:
Creator e AI sottraggono tempo e traffico all’editoria. Cosa dice il report Reuters
AI, creator e crisi di attenzione
I lettori stanno spostando tempo e fiducia verso contenuti guidati da persone e risposte generate automaticamente, riducendo la centralità delle redazioni tradizionali. Il report del Reuters Institute su giornalismo, media e tecnologia indica il 2026 come anno di ulteriore compressione per il settore, stretto tra piattaforme video-first e sistemi di risposta automatica. Solo il 38% dei leader interpellati è ottimista sul destino del giornalismo, mentre il 53% vede margini di crescita per il proprio business, segno di un ecosistema percepito in declino ma con nicchie ancora sostenibili.
Tra i segmenti più fragili emergono le testate generaliste e il cosiddetto “service journalism”, facilmente sostituibili da chatbot e ricerche conversazionali. Il consumo di notizie diventa sempre più legato a personalità forti: creator, influencer, streamer e podcaster intercettano il bisogno di autenticità e immedesimazione, sottraendo traffico ai brand editoriali. Per restare rilevanti, gli editori devono spostare risorse verso contenuti distintivi, difficili da sintetizzare in poche righe.
Le priorità indicate includono più inchieste, reportage sul campo, spiegazioni approfondite e fact-checking metodico, riducendo la produzione di articoli intercambiabili. La competizione con l’AI non è solo quantitativa, ma qualitativa: la differenza si gioca su contesto, responsabilità e verifica delle fonti.
Disintermediazione e traffico in caduta
Politici, imprenditori e celebrity stanno aggirando gli editori, scegliendo interviste e conversazioni con podcaster e YouTuber percepiti come più affini e controllabili. Questo aggiramento sistematico delle redazioni – spesso accompagnato da minacce legali agli editori – indebolisce ulteriormente la credibilità del giornalismo professionale, soprattutto tra i più giovani, che restano agganciati alle piattaforme e meno ai brand informativi storici.
Parallelamente si consuma un cambio di paradigma: i motori di ricerca evolvono da strumenti di scoperta a veri “answer engine”, riducendo il valore del click. Il report stima per i publisher un calo atteso di oltre il 40% del traffico proveniente da search nei prossimi tre anni, mentre il declino delle visite dai social è già evidente e misurabile. Meno referral significa meno pubblicità, meno abbonamenti d’impulso e un indebolimento del funnel di acquisizione.
Per compensare, i media puntano su traffico diretto, newsletter, membership e community chiuse, cercando di riconquistare il rapporto uno a uno. L’attenzione si sposta verso contenuti “liquidi”: video brevi, live, longform audio, formati modulari pensati per essere riadattati tra feed, app, smart TV e assistenti vocali.
Strategie tra creator economy e deepfake
Gli editori vedono i creator come avversari ma anche come potenziali alleati. Molte redazioni stanno adottando una mentalità “creator-like”: volti riconoscibili, tono personale, presenza nativa su Instagram, TikTok, YouTube e piattaforme audio. In alcuni casi nascono veri “creator studio” interni o partnership editoriali con influencer verticali, nella speranza di recuperare attenzione senza sacrificare autorevolezza. La sfida è mantenere coerenza editoriale e accountability evitando che il brand si dissolva nella somma delle personalità.
Nel frattempo l’AI generativa alimenta un’ondata di contenuti automatici a bassa qualità, deepfake sempre più credibili e siti “pink slime” ottimizzati per catturare click e pubblicità. In questo contesto la provenienza dei contenuti – standard tecnici, watermarking, sistemi di attestazione – diventa argomento politico e regolatorio, non più solo tecnologico. Piattaforme e governi sono spinti a intervenire per proteggere in particolare le fasce più giovani dalla disinformazione.
La risposta suggerita dal report è un uso selettivo della Generative AI per aumentare efficienza, non per sostituire l’identità editoriale: automazione su editing, traduzioni, personalizzazione, ma controllo umano su inchieste, titoli sensibili, narrazioni complesse e verifica dei fatti.
FAQ
D: Cosa evidenzia il report del Reuters Institute sul futuro del giornalismo?
R: Indica una doppia pressione da AI generativa e creator economy, con calo di traffico e fiducia verso le istituzioni editoriali tradizionali.
D: Perché creator e influencer sottraggono tempo ai media tradizionali?
R: Offrono contenuti percepiti come più autentici, personalizzati e intrattenenti, soprattutto su piattaforme video-first frequentate dai giovani.
D: Quali modelli di business paiono più resilienti?
R: Abbonamenti digitali, membership e traffico diretto, meno dipendenti da referral di motori di ricerca e social network.
D: In che modo i motori di ricerca stanno cambiando la distribuzione delle notizie?
R: Si trasformano in “answer engine”, fornendo risposte in pagina o via AI conversazionale e riducendo i click verso i siti editoriali.
D: Come stanno reagendo gli editori alla disintermediazione di politici e celebrity?
R: Rafforzano format proprietari, investono in volti di redazione e cercano di presidiare podcast, video e live per restare punti di riferimento.
D: Qual è il ruolo della qualità nell’era di deepfake e contenuti automatizzati?
R: Diventa un vantaggio competitivo: verifiche rigorose, trasparenza sulle fonti e tracciabilità della produzione editoriale distinguono i media affidabili.
D: Quali contenuti risultano più esposti alla concorrenza dei chatbot?
R: Notizie brevi, guide di servizio, evergreen generici e tutto ciò che può essere compresso in risposte sintetiche senza forte valore distintivo.
D: Qual è la fonte giornalistica originale delle analisi citate?
R: Il quadro descritto deriva dal report “Journalism, media, and technology trends and predictions” del Reuters Institute for the Study of Journalism.




