Crans-Montana, madre rompe il silenzio: una tragedia che chiama in causa ogni adulto
Voci di una madre tra paura e responsabilità
Crans-Montana è diventata, in poche ore, il luogo simbolo di un dolore che ha attraversato confini e schermi. In quel silenzio sospeso, una madre italiana che vive in Svizzera da undici anni, Giovanna Tranchida, ha tradotto in parole la vulnerabilità di tanti genitori: il filo teso tra paura e responsabilità. Nel suo racconto, pubblicato sui social, ripercorre i messaggi inviati ai figli – un ragazzo di 21 anni e una ragazza di 15 – dopo la mezzanotte, mentre erano lontani, in viaggio e impegnati con l’attività sportiva. Una scansione ordinaria, quasi rituale, diventata improvvisamente urgente alla luce dell’incendio nella residenza Le Constellation a Crans-Montana.
Indice dei Contenuti:
▷ Lo sai che da oggi puoi MONETIZZARE FACILMENTE I TUOI ASSET TOKENIZZANDOLI SUBITO? Contatto per approfondire: CLICCA QUI
La sua testimonianza non è un’eccezione ma un dispositivo collettivo: l’abitudine a cercare conferme, a pretendere risposte, a negoziare la distanza con la paura. Conosce quei luoghi, le strade innevate, gli chalet in legno con scale strette che collegano piani diversi, la loro bellezza calda e fragile. E proprio questa familiarità rende più nitido l’impatto della tragedia: il contrasto tra l’immaginario della vacanza in montagna e la realtà di un evento che spezza esistenze e certezze.
Nel suo sguardo c’è la tensione costante dei genitori di oggi: garantire libertà senza rinunciare al dovere di proteggere. La notte di Capodanno, mentre lei e il marito erano in Sicilia e i figli a Copenaghen per allenamenti internazionali, l’equilibrio tra fiducia e timore è diventato materia viva. Ogni notifica, ogni “tutto ok” sullo schermo è una tregua temporanea. Il contesto di Crans-Montana amplifica questo sentimento, riportando al centro la responsabilità adulta: prevenzione, attenzione, linguaggio. Non solo per sé, ma per tutti quei ragazzi che vivono, studiano, viaggiano, inseguono obiettivi.
La conferma delle tre giovani vittime italiane – Giovanni Tamburi, 16 anni, di Bologna; Achille Barosi, 16 anni, di Milano; Emanuele Galeppini, 17 anni, di Genova, residente a Dubai – ha reso tangibile ciò che per molte famiglie è il pensiero indicibile. Le parole della madre prendono forma in questo chiaroscuro: sentirsi “genitori anche di quei ragazzi”, riconoscere che la sicurezza non è un automatismo, che la responsabilità è un patto sociale prima ancora che familiare. E che raccontare i fatti con misura, senza scorciatoie emotive, è parte di questa stessa responsabilità.
Il post di Giovanna diventa così il ritratto di una generazione adulta chiamata a rinegoziare il proprio ruolo: non solo controllare, ma sapere ascoltare; non soltanto temere, ma costruire contesti più sicuri; non chiudersi nell’ansia, ma trasformarla in consapevolezza operativa. In mezzo, c’è il gesto semplice di una madre che scrive ai figli dopo mezzanotte. Un gesto quotidiano che, in tempi di crisi, diventa la misura esatta della distanza tra ciò che possiamo fare e ciò che non potremo mai controllare del tutto.
Giudizi sui giovani e il bisogno di empatia
Nel dibattito esploso dopo i fatti di Crans-Montana si è imposto un riflesso immediato: l’etichetta dei “giovani irresponsabili”. Un giudizio rapido che ignora biografie, contesti e fatti. Le parole di Giovanna Tranchida riportano la discussione su un terreno concreto: tra le vittime e i presenti c’erano anche atleti, ragazzi con obiettivi chiari, abituati alla disciplina e al sacrificio. L’accostamento automatico tra età e leggerezza non regge alla prova delle vite reali.
L’empatia non assolve, ma ordina le priorità: capire prima di classificare, verificare prima di additare. La strage avvenuta nella residenza Le Constellation è un fatto che chiede rigore nella ricostruzione e misura nel linguaggio. Alimentare narrazioni colpevolizzanti verso un’intera generazione distorce la percezione del rischio e sottrae attenzione ai nodi strutturali: sicurezza degli edifici, gestione delle emergenze, responsabilità degli adulti e delle istituzioni.
Il dolore che ha attraversato Svizzera e Italia ha reso evidente un punto: i ragazzi non sono un monolite. Ci sono percorsi sportivi, studio all’estero, viaggi organizzati, gruppi misti per provenienza e interessi. Riconoscere questa complessità è l’opposto della semplificazione moralistica. La notte di Capodanno, mentre molti genitori attendevano messaggi di conferma, la discussione sui social è scivolata spesso verso generalizzazioni. È proprio lì che si misura la qualità dello sguardo adulto: rinunciare al cliché, mantenere la precisione dei fatti, distinguere tra responsabilità individuali e condizioni oggettive.
Tre nomi – Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini – hanno dato un volto alla perdita. Ridurre quel vuoto a una lezione punitiva per “i giovani” tradisce le famiglie e impoverisce il discorso pubblico. La richiesta che emerge dalle parole di Giovanna è semplice e esigente: raccontare i ragazzi per ciò che sono, persone con progetti, fragilità e diritti, e spostare il fuoco sulla prevenzione concreta. Empatia significa anche questo: sottrarre il racconto alla deriva del giudizio facile per restituirlo alla responsabilità collettiva.
Genitori tra controllo, distanza e solidarietà
Nel flusso di notifiche, chiamate perse e messaggi vocali, i genitori misurano una distanza che non è solo geografica. Il controllo totale è un’illusione, la vigilanza un dovere, l’equilibrio una conquista quotidiana. Lo racconta con lucidità Giovanna Tranchida, che descrive la fatica del “giusto mezzo”: essere presenti senza invadere, domandare senza assediare, offrire protezione senza sottrarre autonomia. È il terreno dove si consumano sensi di colpa, raccomandazioni e silenzi calcolati, soprattutto quando i figli sono fuori casa, in viaggio o impegnati nello sport.
La tragedia di Crans-Montana ha scardinato certezze praticate per abitudine: pianificare orari, condividere posizioni, definire “piani B” non basta a sterilizzare il rischio. Quel limite va riconosciuto e gestito, non rimosso. La notte di Capodanno, con i figli a Copenaghen e i genitori in Sicilia, ha reso evidente come la rassicurazione passi anche da rituali fragili — il “fammi sapere quando rientri”, il “scrivimi quando arrivi” — che danno una tregua temporanea ma non sostituiscono una cultura della sicurezza.
Da questo riconoscimento nasce un altro passaggio: la solidarietà tra adulti. Evitare la competizione morale tra “genitori migliori” e “genitori distratti” significa costruire una comunità che condivide pratiche utili e responsabilità. Non c’è gara da vincere, c’è un tessuto da rafforzare: parlare con i figli senza demonizzare, informarsi su norme e standard degli alloggi, chiedere trasparenza a scuole, club sportivi e organizzatori di viaggi, pretendere verifiche su uscite di sicurezza e piani di evacuazione. Sono azioni concrete, non scorciatoie consolatorie.
La conferma delle tre vittime italiane — Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini — ha imposto una verità scomoda: il controllo assoluto non esiste, la responsabilità condivisa sì. Tenere questo doppio registro è la sfida adulta. Significa accettare che alcuni margini non dipendono dalla singola famiglia e richiedono il contributo di istituzioni, gestori e comunità locale. E significa, allo stesso tempo, fare la propria parte con coerenza: educare alla valutazione del rischio, evitare messaggi contraddittori, usare la tecnologia come strumento e non come surrogato della fiducia.
In questo quadro, le parole di Giovanna restituiscono una postura possibile: meno giudizi, più alleanze; meno retorica, più procedure; meno controllo ansioso, più consapevolezza. La distanza tra genitori e figli non è solo un problema da colmare, è uno spazio da governare con chiarezza di ruoli. Lì si costruisce la sicurezza reale, quella che non promette l’impossibile ma riduce l’imprevedibile, e che trasforma l’esperienza collettiva del dolore in impegno operativo.
FAQ
- Perché la tragedia di Crans-Montana ha avuto un impatto così ampio sul dibattito pubblico?
Perché ha toccato temi trasversali come sicurezza degli edifici, responsabilità adulta e narrazione dei giovani, coinvolgendo famiglie in Svizzera e in Italia. - Qual è il punto centrale del racconto di Giovanna Tranchida?
La tensione tra protezione e autonomia: essere presenti senza invadere, accettando che il controllo totale non è possibile. - In che modo i giudizi sui “giovani irresponsabili” risultano fuorvianti?
Generalizzano e oscurano i fatti: tra i presenti c’erano anche atleti e studenti, mentre le priorità riguardano prevenzione e sicurezza strutturale. - Quali pratiche possono adottare i genitori per gestire la distanza?
Condivisione di orari e contatti, informazione su standard di sicurezza, dialogo non punitivo, uso della tecnologia come supporto e non come controllo invasivo. - Che ruolo hanno istituzioni e gestori in contesti come Le Constellation?
Garantire verifiche, piani di evacuazione, manutenzione e trasparenza su standard di sicurezza, assumendosi responsabilità chiare. - Perché parlare di solidarietà tra genitori è rilevante?
Per sostituire la competizione morale con una rete di scambio di informazioni e richieste comuni, migliorando la tutela collettiva dei ragazzi.




