Controdazio eletto termine chiave nell’economia: scopri come influenza le dinamiche commerciali globali.
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Una ‘ritorsione’ diventata parola dell’anno per l’economia: cos’è il ‘controdazio’
Come funziona un controdazio
Nel lessico economico, il controdazio indica una misura doganale applicata in risposta a dazi giudicati ostili da parte di un altro Stato. Non è un tributo ordinario: nasce con finalità ritorsive, per colpire le esportazioni altrui e riequilibrare il negoziato commerciale.
Lo schema è speculare: a un aumento tariffario su un certo paniere di beni segue un rialzo analogo su prodotti dell’altro Paese, spesso con percentuali calibrate per avere forte impatto mediatico oltre che economico. In molti casi il bersaglio non sono soltanto le filiere più sensibili, ma anche simboli nazionali, così da trasformare la tariffa in messaggio politico.
Nell’era delle catene globali del valore, questo strumento ha effetti che vanno oltre il commercio bilaterale: può deviare flussi, riorientare investimenti, modificare strategie di prezzo delle multinazionali e innescare spirali di ritorsioni successive. Per questo i controdazi vengono spesso discussi nei consessi multilaterali e guardati con attenzione dai mercati finanziari.
Il caso emblematico tra UE e USA
Un episodio divenuto modello risale al 2018, quando l’Unione europea reagì ai dazi decisi dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio e alluminio, fissati rispettivamente al 25% e al 10%. Bruxelles rispose selezionando un paniere di prodotti dal forte valore identitario per colpire l’immagine del made in Usa e non solo i volumi di export.
Nel mirino finirono il bourbon del Kentucky, le moto **Harley-Davidson** e i jeans **Levi’s**, gravati da tariffe fino al 50% per un ammontare complessivo di circa 2,8 miliardi di euro. La scelta non fu casuale: prese di mira comparti legati a Stati chiave e a marchi riconoscibili, per esercitare pressione politica sul Congresso e sulla Casa Bianca.
Questo episodio ha mostrato come i controdazi funzionino anche come strumento di comunicazione geopolitica, capace di orientare l’opinione pubblica interna e internazionale, delineando “guerre commerciali” che incidono su consumatori, imprese e alleanze strategiche.
Ascesa di una parola tra economia e politica
La circolazione del termine è stata ricostruita dalla linguista **Valeria Della Valle**, codirettrice dei dizionari **Treccani**, che ricorda come l’espressione fosse già presente nel 1955 in un testo di **Luigi Einaudi**, Il buon governo. Per decenni è rimasta confinata nei saggi specialistici, lontana dal linguaggio giornalistico.
Tra il 2024 e il 2025 l’uso è aumentato bruscamente, trainato dalle tensioni tariffarie fra **Washington** e i partner strategici, dal ciclo delle guerre dei dazi nell’era **Donald Trump** fino alla successiva amministrazione **Joe Biden** e all’ipotesi di un “Trump II”. I media economici hanno ripescato il termine perché serviva una parola precisa per indicare i dazi di ritorsione.
Secondo Della Valle, si tratta oggi di una parola “di uso incipiente”: non ancora neologismo pienamente consolidato, ma candidata a entrare stabilmente nel vocabolario pubblico finché l’agenda internazionale sarà dominata da misure protezionistiche e contro-misure speculari.
FAQ
D: Che cosa si intende esattamente per controdazio?
R: È un dazio imposto in risposta a una misura tariffaria ritenuta ostile da parte di un altro Paese, con funzione dichiaratamente ritorsiva.
D: In cosa si differenzia da un normale dazio doganale?
R: Il dazio ordinario ha obiettivi strutturali di politica commerciale o fiscale, il controdazio nasce invece come risposta mirata e temporanea a un atto altrui.
D: Perché spesso colpisce beni simbolici come whisky, moto o jeans?
R: La scelta di prodotti iconici aumenta la pressione politica sul Paese colpito, perché coinvolge marchi identitari e categorie di elettori sensibili.
D: Qual è stato il ruolo dell’Unione europea nel caso del 2018?
R: L’UE ha introdotto controdazi su prodotti statunitensi per circa 2,8 miliardi di euro dopo i dazi USA su acciaio e alluminio.
D: La parola esisteva già prima delle guerre dei dazi recenti?
R: Sì, è documentata almeno dal 1955 negli scritti di **Luigi Einaudi**, ma è rimasta a lungo un tecnicismo.
D: Perché oggi se ne parla molto di più nei media?
R: Perché la stagione di tensioni commerciali globali ha reso necessario un termine univoco per descrivere le tariffe di ritorsione.
D: Quali fonti hanno contribuito alla diffusione del termine nel dibattito pubblico?
R: Tra le principali vi sono l’analisi di **Valeria Della Valle** per **Treccani** e la ricostruzione giornalistica di **Andrea Persili** per **AdnKronos**.
D: Il controdazio è destinato a restare nel linguaggio comune?
R: Finché la politica economica internazionale resterà segnata da dazi e ritorsioni, il termine avrà buone probabilità di consolidarsi nell’uso.




