Cloudflare al centro del ciclone Agcom: sanzione contestata svela strategie opposte nella guerra alla pirateria

Indice dei Contenuti:
Divisioni interne ad Agcom e implicazioni della sanzione a Cloudflare
Agcom si presenta spaccata sul caso della sanzione a Cloudflare, con posizioni pubbliche che delineano strategie opposte nella lotta alla pirateria. Il commissario Massimiliano Capitanio respinge le minacce attribuite all’azienda e richiama il rispetto delle sedi competenti, ricordando come altri big tecnologici siano già stati multati per pubblicità sul gioco d’azzardo e abbiano impugnato gli atti senza alzare i toni.
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Capitanio sottolinea la solidità della difesa di Cloudflare e richiama l’ordinanza del Consiglio di Stato che impone ad Agcom di aprire i documenti relativi ai 15mila siti pirata ospitati sull’infrastruttura contestata, passaggio che potrebbe ridefinire il perimetro probatorio del procedimento.
Il messaggio politico è netto: chiariti gli atti, sarà possibile distinguere chi tutela la rete e le imprese, e chi favorisce—anche involontariamente—chi le depreda, con un appello a un fronte comune contro la pirateria online.
Di segno opposto l’intervento della commissaria Elisa Giomi, che prende le distanze dalla sanzione e dall’impianto che ha portato al Piracy Shield, pur ribadendo di non considerare inutili regole e tutele.
Per Giomi, il provvedimento ha riaperto un confronto necessario: meno tifo e più metodo, per evitare derive verso blocchi infrastrutturali automatici.
La frattura interna evidenzia implicazioni strategiche per l’enforcement: trasparenza degli atti, certezza giuridica e bilanciamento tra tutela del copyright e salvaguardia dell’infrastruttura digitale.
Fragilità tecniche e giuridiche: rischi di overblocking e impatti sulla sicurezza
La posizione della commissaria Elisa Giomi evidenzia una criticità strutturale: ordini su DNS e instradamento verso IP condivisi, tipici di CDN e servizi infrastrutturali, possono tradursi in blocchi indiscriminati. L’uso di IP condivisi rende difficile isolare i domini illeciti senza coinvolgere servizi leciti, ampliando il perimetro dell’oscuramento oltre il necessario.
Il rischio di overblocking non è marginale: l’intervento su nodi centrali della rete può interrompere servizi essenziali o ostacolare la resilienza, con ripristini dai tempi incerti e impatti su uptime, caching e instradamento. Le misure automatiche, se prive di criteri granulari, si trasformano in interruzioni a catena su segmenti non correlati all’illecito.
Sul piano giuridico, l’estensione dell’enforcement a intermediari tecnici solleva dubbi di proporzionalità e adeguatezza. L’assenza di valutazioni caso per caso, unita a obblighi applicati in modo indistinto, indebolisce la tenuta regolatoria e apre spazi di contenzioso, come segnalato anche dall’ordinanza del Consiglio di Stato sull’accesso agli atti.
In questo quadro, l’approccio attuale espone a conflitti tra tutela del diritto d’autore e continuità operativa della rete: senza salvaguardie tecniche e tempi certi di rollback, la sanzione rischia di trasformarsi in un precedente problematico per l’intero ecosistema.
Ripensare l’enforcement: proporzionalità, garanzie e sostenibilità operativa
La revisione del metodo passa da criteri chiari e verificabili: proporzionalità degli ordini, garanzie procedurali e sostenibilità tecnica per gli intermediari infrastrutturali.
Se l’azione si estende a servizi come DNS pubblici, CDN e altri nodi tecnici, il punto non è escluderne il coinvolgimento, ma evitare che parametri troppo ampi trascinino nell’oscuramento utilizzi pienamente leciti.
Un’infrastruttura molto diffusa può comparire anche in contesti illeciti, ma ciò non deve mutarsi in obblighi generalizzati e indistinti.
Servono target selettivi, evidenze tecniche documentate e verifiche indipendenti ex ante ed ex post, con log dettagliati e tracciabilità delle decisioni.
È necessario introdurre salvaguardie contro l’overblocking: liste di esclusione dinamiche, criteri granulari per dominio, SNI e percorso, e tempi certi di rollback.
Gli ordini dovrebbero indicare impatto stimato, metriche di efficacia e finestre di ripristino, con responsabilità condivise tra autorità, provider e titolari dei diritti.
Operativamente, vanno previsti canali rapidi di contestazione, audit periodici, e un perimetro di enforcement graduato per rischio e recidiva.
La trasparenza sugli atti e l’accesso ai documenti tecnici sono condizioni per ridurre il contenzioso e migliorare la tenuta regolatoria.
L’obiettivo è colpire con precisione gli abusi senza compromettere la continuità dei servizi e la sicurezza della rete.
FAQ
- Qual è il principio cardine proposto per l’enforcement? La proporzionalità degli ordini, con interventi mirati e verificabili.
- Perché coinvolgere DNS e CDN richiede cautele? Per evitare che obblighi ampi colpiscano anche usi leciti su infrastrutture condivise.
- Quali garanzie sono necessarie? Verifiche indipendenti, tracciabilità delle decisioni, log e tempi certi di rollback.
- Come si limita l’overblocking? Con criteri granulari per dominio/SNI, liste di esclusione e monitoraggio continuo.
- Qual è il ruolo della trasparenza? Ridurre il contenzioso grazie ad accesso agli atti e motivazioni tecniche dettagliate.
- Che metriche devono contenere gli ordini? Impatto stimato, finestre di ripristino e indicatori di efficacia.
- Qual è la fonte giornalistica citata? Le posizioni e i riferimenti richiamano dichiarazioni pubbliche e l’ordinanza del Consiglio di Stato riportate dalla stampa di settore, come da articolo di riferimento.




