Censis lancia allarme pensioni future, assegni più leggeri per milioni

Spesa pensionistica italiana e squilibrio demografico
La spesa pensionistica italiana ha raggiunto nel 2023 il 15,5% del Pil, il valore più elevato in Europa a fronte di prospettive ridotte per le nuove generazioni. La media dell’Unione europea si ferma al 12,3%, segnalando un divario strutturale che riflette l’invecchiamento rapido della popolazione e l’inerzia delle politiche previdenziali.
Il focus Censis–Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?” sottolinea come quasi la metà degli italiani abbia più di 50 anni, comprimendo gli spazi di sostenibilità del sistema a ripartizione e aggravando il carico sui lavoratori attivi.
Confronto europeo e criticità strutturali
Subito dopo l’Italia, per incidenza della spesa pensionistica sul Pil, si collocano Francia (14,6%) e Austria (14,4%), ma con dinamiche demografiche meno squilibrate. In Italia l’elevata quota di over 50, la bassa natalità e carriere lavorative discontinue comprimono i contributi futuri e ampliano la platea di beneficiari.
Le riforme degli ultimi decenni hanno contenuto solo in parte la crescita della spesa, rinviando l’impatto maggiore sulle generazioni giovani, che affronteranno pensioni più leggere e più lontane nel tempo.
Pressione su Pil, finanza pubblica e crescita
Un rapporto pensioni/Pil al 15,5% riduce gli spazi di bilancio per investimenti in istruzione, innovazione e politiche attive del lavoro, essenziali per sostenere la produttività futura.
La combinazione di elevata spesa corrente, crescita economica debole e base contributiva ridotta rischia di innescare un circolo vizioso: meno crescita significa meno contributi e maggiore difficoltà nel garantire assegni adeguati senza aumentare l’età pensionabile o ridurre ulteriormente le prestazioni.
Divari di genere e generazione negli assegni pensionistici
In Italia i pensionati sono oltre 16,3 milioni, con un importo medio mensile lordo di 1.861 euro. Dietro la media si nascondono ampi squilibri di genere e generazione, alimentati da carriere frammentate, salari diseguali e differenze di partecipazione al mercato del lavoro.
Queste asimmetrie si riflettono non solo negli assegni attuali ma anche nella capacità delle nuove generazioni di costruirsi una copertura previdenziale sufficiente nel regime contributivo.
Divario uomini-donne tra pensioni e retribuzioni
Gli uomini percepiscono in media 2.142 euro lordi mensili di pensione, le donne 1.595 euro: il gap del 24,9% è l’esito di salari inferiori, carriere più brevi e interruzioni legate alla cura familiare.
Nel settore privato la retribuzione lorda annua media è di 24.486 euro, ma il gender pay gap arriva al 29,1%: gli uomini guadagnano 27.967 euro lordi l’anno, circa 8mila euro in più delle donne (19.833 euro). Ogni euro in meno di salario oggi diventa un euro in meno di pensione domani, amplificando la vulnerabilità economica femminile nella vecchiaia.
Divario generazionale e carriere penalizzanti per i giovani
A parità di qualifica, i lavoratori tra 20 e 34 anni percepiscono il 39,8% in meno rispetto agli over 50, con uno scarto che sfiora 11.880 euro annui.
Salari più bassi, ingressi tardivi nel mercato del lavoro, precarietà e discontinuità contributive riducono il montante accumulato nel sistema contributivo. Ciò si tradurrà in assegni futuri più leggeri rispetto alle generazioni precedenti, anche a fronte di una permanenza più lunga al lavoro, rendendo cruciale integrare la previdenza pubblica con strumenti complementari.
Pensioni al 2060 e sostenibilità intergenerazionale
Le simulazioni del focus Censis–Confcooperative mettono in luce un forte squilibrio intergenerazionale nei tassi di sostituzione, cioè il rapporto tra prima pensione e ultimo reddito da lavoro. A parità di età di pensionamento e durata contributiva, i giovani di oggi avranno assegni nettamente meno generosi rispetto ai pensionati attuali.
Questo scenario solleva interrogativi sulla tenuta sociale del sistema e sulla capacità di garantire livelli di vita dignitosi ai futuri anziani.
Tassi di sostituzione: ieri e domani
Chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera iniziata nel 1982, gode di un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Un lavoratore oggi 33enne, entrato nel 2022 e con la stessa carriera continuativa, arrivando alla pensione nel 2060 a 67 anni, avrà un tasso del 64,8%.
Il dossier definisce questa differenza “drammatica”, perché implica minore sicurezza economica in vecchiaia nonostante lunghe vite lavorative. L’erosione del tasso di sostituzione colpisce soprattutto chi non potrà contare su risparmi privati o integrazioni previdenziali.
Implicazioni per politiche pubbliche e scelte individuali
Il calo dei tassi di sostituzione richiede interventi coordinati: rafforzare l’occupazione stabile, ridurre il lavoro povero, incentivare la previdenza complementare, e collegare più strettamente età pensionabile e aspettativa di vita.
Per i singoli lavoratori diventano centrali educazione finanziaria, adesione precoce a fondi pensione e gestione attiva della propria carriera contributiva. Senza un riequilibrio tra generazioni, il rischio è un aumento della povertà tra i futuri anziani e crescenti tensioni sociali intorno alla ripartizione delle risorse pubbliche.
FAQ
Perché la spesa pensionistica italiana è la più alta in Europa?
Per l’elevata quota di anziani, la bassa natalità, carriere lunghe del passato e un sistema generoso per molte coorti già in pensione, che grava sul Pil più della media Ue.
Qual è oggi l’importo medio delle pensioni in Italia?
L’importo medio mensile lordo è di 1.861 euro, con forti differenze interne per genere, storia contributiva, area geografica e tipologia di trattamento.
Quanto pesa il divario di genere sulle pensioni future?
Il gender pay gap e le carriere discontinue delle donne riducono il montante contributivo, traducendosi in assegni più bassi e maggiore rischio di vulnerabilità economica in vecchiaia.
Perché i giovani sono penalizzati nel sistema contributivo?
Ingressi tardivi, precarietà, salari più bassi e periodi senza contributi riducono il capitale accumulato, comprimendo i futuri tassi di sostituzione rispetto alle generazioni precedenti.
Cosa indica il tasso di sostituzione pensionistica?
Misura il rapporto tra prima pensione e ultimo reddito da lavoro: più è basso, più il tenore di vita dopo il ritiro rischia di ridursi rispetto alla fase lavorativa attiva.
Come può intervenire lo Stato per ridurre gli squilibri?
Rafforzando occupazione stabile e produttività, revisionando le regole di accesso alle pensioni, sostenendo previdenza complementare e politiche a favore di giovani e donne.
Cosa possono fare i lavoratori per tutelare la pensione futura?
Pianificare presto, monitorare i contributi, aderire a fondi pensione, diversificare il risparmio di lungo periodo e puntare su percorsi professionali continui e qualificati.
Qual è la fonte dei dati e delle simulazioni analizzate?
I dati su spesa pensionistica, divari retributivi e tassi di sostituzione provengono dal focus Censis–Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?”.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
PUBBLICITA’ – COMUNICATI STAMPA – PROVE PRODOTTI
Per acquistare pubblicità CLICCA QUI
Per inviarci comunicati stampa e per proporci prodotti da testare prodotti CLICCA QUI





