Bullismo economico: radici cinesi e applicazioni moderne nell’era Trump, un fenomeno globale da comprendere

Indice dei Contenuti:
Dall’origine cinese all’applicazione trumpiana: cos’è il bullismo economico
Origini del termine
Nel linguaggio politico internazionale l’espressione nasce per descrivere l’uso della forza economica come arma di pressione contro Paesi più deboli. In ambito atlantico venne inizialmente associata alle mosse di **Pechino** verso **Taiwan**, accusando la Repubblica Popolare di sfruttare commercio, investimenti e accesso al mercato come leva coercitiva.
La definizione è poi rientrata come un boomerang sul fronte occidentale. Le autorità di **Pechino**, attraverso portavoce come **Zhao Lijian** del ministero degli Esteri, hanno iniziato a denunciare gli **Stati Uniti** per “bullismo economico” e per tentativi di manipolazione politica sulle aziende straniere, contestando l’abuso della clausola di sicurezza nazionale e il blocco mirato di specifiche società tecnologiche.
L’origine tecnica del concetto rimanda alle relazioni di forza tra potenze: indica la sopraffazione esercitata da uno Stato per imporre a un altro condizioni commerciali e finanziarie svantaggiose, sfruttando la propria superiorità militare, industriale o monetaria e aggirando il quadro multilaterale di organismi come il **Wto**.
Dai trattati ineguali a Trump
La genealogia del fenomeno affonda nei “trattati ineguali” imposti nel XIX e primo XX secolo a potenze asiatiche come l’Impero **Qing**, il Giappone **Tokugawa** e la Corea **Joseon** da parte di potenze europee e degli **Stati Uniti**. Questi accordi fissavano dazi asimmetrici, concessioni territoriali e privilegi extraterritoriali, in un contesto di schiacciante divario tecnologico e militare tra **Occidente** e **Oriente**.
Nel lessico contemporaneo la formula è stata rilanciata soprattutto per criticare le politiche protezionistiche di **Washington**: dazi punitivi unilaterali, sanzioni finanziarie extraterritoriali, minacce di guerre commerciali usate come grimaldello negoziale. L’era **Donald Trump** ha reso esplicita questa strategia, con l’uso sistematico di tariffe e sanzioni per rinegoziare accordi e forzare riallineamenti geopolitici.
Secondo la linguista **Valeria Della Valle**, condirettrice dei dizionari **Treccani**, il termine, ricalcato dall’inglese economic bullying, fotografa proprio questa torsione dell’ordine multilaterale: il ritorno a una logica di potenza in cui il commercio globale diventa strumento di pressione politica.
Significato attuale e uso mediatico
Nel dibattito internazionale l’espressione ha esteso il proprio raggio semantico e oggi indica qualsiasi comportamento prepotente fondato sulla supremazia economica: dazi mirati, ritorsioni su materie prime strategiche, blocchi tecnologici, minacce di sanzioni per ottenere concessioni politiche. Il bersaglio non sono più solo gli Stati, ma anche grandi piattaforme, colossi del digitale, sistemi di pagamento e catene logistiche globali.
Il legame con il tema dei dazi è centrale: la stessa cornice geopolitica che ha prodotto parole come “guerra dei dazi” e “controdazi” ha reso popolare la categoria di bullismo economico, utile ai governi per delegittimare le mosse dell’avversario e guadagnare consenso interno. Il termine funziona come etichetta morale in conflitti che restano formalmente economici.
Per gli studiosi di linguaggio politico queste espressioni sono destinate a restare come traccia storica di una fase di crisi del multilateralismo: anche qualora il vocabolario cambiasse, continueranno a testimoniare l’uso strumentale del potere economico nell’era della competizione tra **Cina** e **Stati Uniti**.
FAQ
D: Cosa indica in sintesi il bullismo economico?
R: L’uso della superiorità economica per imporre ad altri attori condizioni commerciali o finanziarie sfavorevoli, spesso al di fuori delle regole multilaterali.
D: Qual è l’origine linguistica dell’espressione?
R: Deriva dall’inglese economic bullying ed è stata introdotta nel dibattito italiano anche grazie alle analisi della linguista **Valeria Della Valle**.
D: In quale contesto geopolitico è tornata alla ribalta?
R: Nel contenzioso tra **Cina** e **Stati Uniti**, segnato da dazi, sanzioni e restrizioni tecnologiche usate come strumenti di pressione politica.
D: Perché si parla di trattati ineguali come precedente storico?
R: Perché mostrano come potenze occidentali abbiano imposto, tra XIX e XX secolo, accordi fortemente sbilanciati a Paesi asiatici, anticipando dinamiche di sopraffazione economica.
D: In che modo l’era Trump è collegata al bullismo economico?
R: Le politiche di **Donald Trump** hanno enfatizzato dazi punitivi e ricorso alle sanzioni come leva per rinegoziare accordi e ridisegnare equilibri geopolitici.
D: Il concetto riguarda solo gli Stati?
R: No, viene esteso anche a grandi aziende, piattaforme digitali e istituzioni finanziarie capaci di condizionare mercati e governi.
D: Quale ruolo hanno i media nel diffonderne l’uso?
R: La stampa internazionale e le agenzie, come **AdnKronos**, ne hanno amplificato la circolazione collegandolo a guerre commerciali, sanzioni e casi aziendali.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata?
R: Le spiegazioni sul termine e il riferimento a **Valeria Della Valle** provengono da un’analisi pubblicata dall’agenzia di stampa **AdnKronos**.




