Apple sorprende tutti e sceglie Google per insegnarle davvero l’AI

Indice dei Contenuti:
Apple si è affidata a Google per recuperare sull’AI
Alleanza strategica e svolta su Siri
Dopo mesi di ritardi e dimissioni interne, Apple ha scelto di integrare i modelli generativi di Google per rilanciare le proprie funzionalità di intelligenza artificiale sui dispositivi di punta.
Secondo ricostruzioni giornalistiche autorevoli, l’azienda di Cupertino pagherà circa un miliardo di dollari l’anno per utilizzare la tecnologia basata su Gemini, che alimenterà una versione completamente rinnovata di Siri con funzioni da chatbot avanzato.
Il nuovo assistente vocale potrà interagire in modo più naturale, accedere – previo consenso – ai dati personali dell’utente e ai contenuti visualizzati sullo schermo, fornendo risposte e azioni contestuali, una capacità già promessa ma finora non mantenuta dagli aggiornamenti precedenti.
Le difficoltà di Apple nello sviluppo autonomo di sistemi generativi, e la conseguente uscita di figure chiave, hanno reso preferibile un accordo esterno rispetto a un ulteriore slittamento competitivo nel confronto con altri big tech.
Come osservato dal giornalista di Bloomberg Mark Gurman, per la maggioranza dei consumatori conta soprattutto la qualità del prodotto finale, più che la provenienza del motore di AI sottostante.
Questo cambio di passo avviene dopo il lancio tiepido di Apple Intelligence, una suite di servizi proprietari la cui resa pratica è stata giudicata inferiore alle aspettative create dalla stessa azienda.
Scelte tecnologiche, modelli e infrastrutture
L’intesa prevede che Google fornisca l’infrastruttura di base su cui Apple costruirà i propri foundation models, personalizzati secondo le linee guida interne su privacy, sicurezza e integrazione con l’ecosistema iOS.
La nuova versione di Siri poggerà su una variante di Gemini denominata internamente “Apple Foundation Models version 11”, con prestazioni comparabili a quelle di Gemini 3 secondo fonti industriali citate da analisti di settore.
In una prima fase l’esecuzione dei modelli avverrà sul cloud proprietario di Apple, mentre in futuro alcuni carichi potrebbero migrare direttamente sui data center di Google, in base a criteri di efficienza e scalabilità.
Le due aziende stanno valutando l’uso delle TPU (Tensor Processing Units) di Google, viste come alternativa alle GPU di Nvidia che dominano il mercato AI, per addestramento e inferenza su larga scala.
Parallelamente, Apple sta sviluppando server proprietari dedicati alle applicazioni di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori esterni nel medio periodo e ottimizzare costi e consumi energetici.
Come spiegato da Carolina Milanesi, presidente di Creative Strategies, il fatto di condividere il “motore” tecnologico non implica prodotti identici: nella metafora della Formula 1, progetto e messa a punto possono generare risultati molto diversi pur partendo dalla stessa base.
Retroscena interni, concorrenza e nodo antitrust
I primi rumor su una possibile apertura a un fornitore terzo risalgono allo scorso anno e furono respinti con forza dai vertici di Apple, compreso il responsabile di Siri Mike Rockwell, che li definì – secondo fonti riportate da Bloomberg – «una stronzata».
La persistente difficoltà nel tenere il passo della concorrenza ha però accelerato le dimissioni di figure cruciali come Ruoming Pang, responsabile dei modelli AI, passato a Meta nell’estate scorsa, alimentando un’emorragia di talenti verso altri player come OpenAI.
Nel 2025 l’azienda ha esplorato alternative con Anthropic, creatrice di Claude, senza trovare un accordo economico soddisfacente; i rapporti con OpenAI, nonostante l’integrazione di ChatGPT in alcune funzioni di Apple Intelligence, si sono raffreddati proprio per la competizione sul reclutamento.
Questo contesto ha favorito la scelta di puntare sull’offerta di Google, anche alla luce dell’evoluzione dei dossier antitrust negli Stati Uniti.
Il maxi–processo sulla ricerca online ha confermato la possibilità che Google rimanga motore predefinito su Safari, riducendo il rischio giuridico di ampliare la collaborazione verso l’AI generativa.
La riorganizzazione interna ha coinvolto anche John Giannandrea, ex capo AI di Apple, le cui iniziative – tra cui un nuovo Safari potenziato e un sistema di risposte enciclopediche stile ChatGPT – sono state ridimensionate in favore del rilancio di Siri basato su Gemini.
FAQ
D: Perché Apple ha scelto di usare i modelli di Google?
R: Per colmare rapidamente il ritardo nell’AI generativa e offrire funzioni avanzate su Siri senza attendere lo sviluppo completo di soluzioni interne.
D: La nuova Siri funzionerà come un vero chatbot?
R: Sì, potrà gestire conversazioni più naturali, accedere al contesto sullo schermo e ai dati personali autorizzati per risposte più precise.
D: Apple abbandonerà del tutto Apple Intelligence?
R: No, la suite resterà, ma verrà affiancata e potenziata dai foundation models basati su Gemini.
D: Qual è il ruolo delle TPU di Google nell’accordo?
R: Sono considerate per addestramento e inferenza dei modelli, come alternativa alle GPU Nvidia nei data center.
D: L’accordo con Google crea rischi sulla privacy degli utenti Apple?
R: Apple afferma di mantenere il controllo su gestione dei dati, con esecuzione iniziale sul proprio cloud e vincoli rigorosi su utilizzo e anonimizzazione.
D: OpenAI e ChatGPT resteranno presenti sui prodotti Apple?
R: Sì, l’integrazione esistente rimane, anche se i rapporti commerciali sono più tesi e il focus strategico si sposta su Gemini.
D: Quali sono state le principali uscite di dirigenti legate all’AI in Apple?
R: Tra le più rilevanti, Ruoming Pang e, a valle della riorganizzazione, l’uscita programmata di John Giannandrea dall’area AI.
D: Qual è la fonte giornalistica originale che ha ricostruito l’accordo?
R: Le informazioni principali sull’intesa e sui retroscena interni provengono da inchieste e report di Bloomberg.




