Alfonso Signorini sfida Google in tribunale, dietro le quinte il caso Corona

Indice dei Contenuti:
Lo scontro giudiziario che scuote il sistema mediatico
La battaglia tra Alfonso Signorini e Fabrizio Corona sta assumendo i contorni di un caso di scuola sulla responsabilità digitale, con la Procura di Milano che indaga sui vertici di Google Ireland e Google Italia per ricettazione e concorso in diffamazione. Al centro del conflitto ci sono le chat private diffuse nel programma “Falsissimo”, considerate dalla difesa del conduttore del Grande Fratello come materiale ottenuto e divulgato in violazione delle norme penali e della tutela della privacy. Le piattaforme sono accusate di non aver rimosso tempestivamente quei contenuti, nonostante diffide formali e un provvedimento di un giudice civile.
Gli avvocati Domenico Aiello e Daniela Messaglia parlano di un’inerzia “pilatesca”, fatta di rimandi burocratici, link di segnalazione automatica e interlocutori difficilmente identificabili. Secondo la loro ricostruzione, le richieste di rimozione sarebbero state gestite con toni dilatori, fino a svuotare di efficacia gli strumenti di tutela riconosciuti dall’ordinamento. Questo atteggiamento, sottolineano, ha consentito ai contenuti di restare online, alimentando visualizzazioni, engagement e introiti pubblicitari.
La vicenda, lungi dall’essere un semplice scontro tra vip, mette in discussione il confine tra libertà d’informazione e sfruttamento economico di materiale potenzialmente illecito. In gioco c’è il principio secondo cui “la rete non è zona franca”, specie quando una decisione dell’autorità giudiziaria ordina la cessazione di una violazione in corso. Il fascicolo milanese potrebbe diventare un precedente decisivo nella giurisprudenza italiana sul ruolo attivo o passivo delle piattaforme nella diffusione di contenuti diffamatori.
I colossi del web nel mirino delle toghe italiane
L’azione legale non si ferma a Google: nel mirino degli avvocati di Signorini sono finiti anche YouTube, Meta e TikTok, accusati di offrire un “palcoscenico senza controlli” a video, clip e estratti di trasmissioni come “Falsissimo”. La strategia giudiziaria è evidente: non perseguire esclusivamente chi pubblica i contenuti, ma risalire alla filiera che ne rende possibile la circolazione, la viralità e la monetizzazione. In questa prospettiva, il modello di business delle big tech diventa oggetto stesso dell’indagine, non semplice contesto neutrale.
Nella loro nota, Aiello e Messaglia sostengono che queste aziende avrebbero compiuto una “scelta precisa”, accettando il rischio di coinvolgimento in condotte criminose pur di non investire adeguate risorse in moderazione, verifica e gestione delle segnalazioni. Le piattaforme, secondo l’accusa, si limiterebbero a meccanismi standardizzati, spesso inefficaci a rimuovere rapidamente contenuti lesivi, specie quando replicati su più account o rilanciati da diversi canali. Il risultato è una reiterazione di fatto del danno, con le stesse clip che riemergono ciclicamente nonostante gli ordini dell’autorità.
La denuncia tocca un nervo scoperto: la sproporzione tra il potere economico e tecnologico delle piattaforme e la capacità di un cittadino, pur noto come Signorini, di far valere i propri diritti in tempi compatibili con l’impatto reputazionale. In alcuni passaggi, i legali parlano di operatori che “macinano ricavi superiori al nostro PIL” e rendono di fatto inaccessibili le legittime richieste di rimozione, trasformando la tutela giudiziaria in un percorso a ostacoli.
Responsabilità digitale e nuovi equilibri normativi
Il caso apre uno scenario delicatissimo per il diritto dell’informazione in Italia, in un contesto europeo segnato dal Digital Services Act e da una crescente pressione regolatoria sulle big tech. A differenza del sistema statunitense, dove la Section 230 garantisce una protezione ampia agli intermediari, in Europa prende corpo l’idea di una responsabilità graduata, che aumenta quando una piattaforma viene formalmente a conoscenza di un contenuto illecito e non interviene. Qui si inserisce la linea della Procura di Milano, che valuta se l’inerzia possa integrare ipotesi di concorso in diffamazione o addirittura ricettazione, alla luce della natura del materiale circolato.
Gli avvocati di Signorini insistono sul nesso diretto tra streaming dei contenuti e remunerazione economica, con percentuali riconosciute agli autori dei video e flussi pubblicitari gestiti dagli stessi colossi. In questa chiave, il mantenimento online di materiali giudicati lesivi non sarebbe un semplice effetto collaterale, ma parte di un meccanismo industriale ottimizzato per massimizzare le visualizzazioni, con scarso presidio sugli effetti sociali e personali. La denuncia parla esplicitamente di vite rovinate e reputazioni devastate, ben oltre il gioco delle parti tipico dello spettacolo.
Se l’inchiesta dovesse sfociare in rinvii a giudizio, il procedimento potrebbe rappresentare un banco di prova per l’intero ecosistema digitale italiano. Da un lato, le piattaforme potrebbero essere spinte a rivedere policy, tempi di risposta e strumenti di verifica interna; dall’altro, figure pubbliche, giornalisti e utenti dovranno confrontarsi con un perimetro più chiaro tra diritto di cronaca, satira e sfruttamento illecito di dati privati. La sensazione, tra gli addetti ai lavori, è che si stia aprendo una stagione in cui la neutralità algoritmica non basterà più come scudo difensivo.
FAQ
D: Chi sono i protagonisti principali di questa vicenda?
R: I protagonisti sono il conduttore Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona e i vertici di Google Ireland e Google Italia, oltre alle piattaforme YouTube, Meta e TikTok.
D: Perché è stata aperta un’indagine dalla Procura di Milano?
R: La Procura di Milano indaga per ricettazione e concorso in diffamazione, ipotizzando responsabilità nella diffusione e mancata rimozione di contenuti ritenuti lesivi.
D: Cosa viene contestato alle piattaforme digitali?
R: Viene contestata l’inerzia nella rimozione di video e materiali diffamatori, nonostante diffide formali e un provvedimento del giudice civile che ne ordinava l’eliminazione.
D: Qual è il ruolo del programma “Falsissimo” in questa storia?
R: Nel programma “Falsissimo”, riconducibile a Fabrizio Corona, sarebbero state diffuse conversazioni private di Signorini, poi rilanciate sulle principali piattaforme online.
D: Perché questo caso è considerato senza precedenti?
R: È ritenuto inedito perché mira direttamente ai vertici dei colossi tecnologici, mettendo al centro il loro modello di business e la gestione delle segnalazioni di illeciti.
D: Quali potrebbero essere le conseguenze per le big tech?
R: Le piattaforme potrebbero essere costrette a modificare procedure di moderazione, tempi di intervento e sistemi di risposta alle autorità giudiziarie italiane ed europee.
D: Come si inserisce questa vicenda nel quadro normativo europeo?
R: Si inserisce nel nuovo contesto del Digital Services Act, che rafforza gli obblighi di controllo e trasparenza per i grandi fornitori di servizi digitali in Europa.
D: Qual è la fonte principale delle informazioni su questo caso?
R: La ricostruzione si basa sulla nota diffusa dagli avvocati Domenico Aiello e Daniela Messaglia tramite l’agenzia LaPresse, ripresa da vari organi di stampa nazionali.




