Al Bano difende Israele e accusa i colleghi che restano in silenzio

Al Bano, ambasciatore del judo e icona pop italiana
Al Bano, 82 anni, resta una delle voci più riconoscibili della musica italiana e un personaggio pubblico centrale nel racconto del Paese. Cantante, contadino, produttore vinicolo e ambasciatore mondiale di judo, intreccia popolarità televisiva, impegno artistico e riflessioni sul presente. In questa intervista ripercorre il suo ruolo nel judo, la visione dello sport come antidoto alla violenza e alcuni momenti chiave della sua vita privata, tra cui il recente spavento in Svizzera, confermando una narrazione biografica che unisce radici contadine, successo globale e resilienza fisica e psicologica.
Il suo racconto si colloca nel solco di una memoria personale che attraversa boom economico, terrorismo, trasformazioni mediatiche e centralità dei grandi eventi sportivi e musicali, con uno sguardo sempre ancorato alla concretezza della propria esperienza.
Ambasciatore mondiale di judo e valore educativo dello sport
Da sei anni Al Bano è «ambasciatore mondiale di judo» e ha da poco cantato a Parigi la sigla in italiano della disciplina, esibendosi nella cerimonia di chiusura dei giochi. Sottolinea l’origine giapponese del judo e il suo doppio registro: difesa personale e formazione del carattere, tra disciplina, rispetto e controllo. Richiama il principio “mens sana in corpore sano”, associando la pratica sportiva al rilascio di sostanze benefiche nel cervello e a un benessere complessivo. Pur non avendo praticato judo in gioventù, ribadisce come lo sport, più che lo spettacolo in sé delle Olimpiadi, rappresenti un motore di speranza sociale e una risposta alla deriva di violenza quotidiana.
Questa visione si lega alla sua biografia di lavoratore e artista, che legge lo sport come palestra educativa prima che come impresa agonistica.
Crans-Montana, paura in Svizzera e rapporto con la montagna
Nel racconto di Al Bano emerge il recente episodio di Crans-Montana, dove una festa si è trasformata in tragedia in un contesto svizzero descritto come “super organizzato”. Il cantante sottolinea come il figlio, che aveva studiato due anni in Svizzera, frequentasse abitualmente quel locale senza aver mai percepito segnali inquietanti. Durante il quarantesimo compleanno della figlia Cristel, la consapevolezza di un pericolo sfiorato rafforza la sua lettura della fragilità contemporanea. Nonostante tutto, annuncia che la famiglia tornerà in quei luoghi, valorizzando la qualità dell’aria ma ribadendo il proprio legame con la Puglia e un’identità “marina” più che montanara, radicata a Cellino San Marco.
La vicenda diventa così occasione per riflettere sul rapporto tra sicurezza percepita, organizzazione sociale e casualità degli eventi.
Agenda 2026, lavoro senza sosta e memoria delle guerre


L’agenda 2026 di Al Bano conferma una longevità artistica fuori dal comune: televisione, tournée internazionali e nuova esposizione mediatica. Alla dimensione pubblica affianca una riflessione personale sulle guerre e sulla violenza urbana, filtrata da chi ha vissuto il terrorismo interno degli anni delle Brigate Rosse e il successivo miracolo economico. Ne emerge una posizione netta contro ogni forma di aggressione fisica e simbolica, dalla guerriglia politica alla boxe, letta come spettacolo incomprensibile di pura violenza. L’esperienza da ex operaio alla Innocenti di Milano rafforza il suo racconto di fatica reale e misura fisica del lavoro artistico.
Tra televisione, tournée e lavoro fisico della scena
Per il 2026 Al Bano annuncia partecipazioni a Striscia la notizia e Verissimo, oltre a serate in Russia, Azerbaijan e Germania, rivendicando che «il ragazzo ancora tira». Misura lo sforzo del palco in termini operai: un’ora di spettacolo equivarrebbe a sette ore di lavoro in fabbrica. Ricorda di aver lavorato da operaio alla Innocenti a vent’anni, esperienza che ancora oggi usa come riferimento per valutare la durezza del mestiere di cantante. Questa analogia gli consente di posizionare la performance non come privilegio leggero, ma come espressione di disciplina fisica, resistenza e continuità professionale, in linea con una narrazione di sé legata alla fatica e alla produttività concreta.
Guerre, terrorismo e rifiuto della violenza
Nel suo sguardo storico, le guerre sono “sempre esistite”, ma gli italiani le avrebbero spesso osservate da lontano, con l’eccezione dell’epoca delle Brigate Rosse, definita «guerriglia che dava fastidio all’anima». In quegli anni, mentre il Paese viveva il miracolo economico, Al Bano percepiva in certe frange un atteggiamento “contro la vita, contro il progresso”. Rivendica di aver sempre “inseguito la voce del progresso”, lavorando per costruire, non per distruggere, e cita i fatti di Torino come esempio di violenza incomprensibile in un Paese che ospita il Vaticano e un forte retaggio cristiano. Estende il rifiuto alla boxe, giudicata inaccettabile come pratica basata su due persone che “si menano”, incompatibile con il suo ideale educativo dello sport.
Sanremo, politica, carriera e riconoscimenti
Il rapporto tra Al Bano e il Festival di Sanremo è uno degli assi portanti della sua storia artistica: quindici partecipazioni, una vittoria con Romina Power, canzoni diventate inni globali e giudizi severi su edizioni ritenute ingiuste. Dichiara di essere ancora “malato di sanremite”, legando il festival ai ricordi di infanzia in una Cellino San Marco povera, dove la radio ottenuta barattando il grano apriva uno spiraglio su un mondo di musica e gara. Intreccia queste memorie con considerazioni su politica, Eurovision, ruolo degli artisti e qualità delle scelte editoriali nel tempo.
Sanremo, Amadeus, Bonolis e la “sanremite” cronica
Sulla guida del festival, Al Bano glissa sui rapporti con Carlo Conti (“no comment”) ma gli augura «un grande Sanremo, fa parte del Dna italiano». Riconosce a Amadeus un successo superiore alle aspettative e individua in Paolo Bonolis un conduttore che “rivedrebbe con piacere”. La sua “sanremite” nasce dall’infanzia, quando il festival rappresentava evasione totale in un contesto di privazioni, con una chiesa senza organo e un padre costretto a barattare il grano per comprare una radio. Ribadisce che guarda più alle proposte canzoni che ai nomi, ricordando come brani di Zucchero e Vasco Rossi siano stati sottovalutati in gara ma consacrati dal tempo.
Cita Felicità, inizialmente non vincente ma poi “inno mondiale”, che continua a reinterpretare con arrangiamenti diversi.
Politica, Eurovision, successi e delusioni sanremesi
Sull’Eurovision respinge il boicottaggio di Israele, sostenendo che «non si può condannare un popolo» per scelte governative e che artisti e atleti non sono “guerriglieri” né rappresentano l’intera nazione. A Sanremo, secondo lui, la politica entra solo indirettamente, tramite testi che sfiorano temi sociali; i cantanti farebbero “una politica a parte”, spesso più ascoltata. Rivendica un voto sempre guidato dalla fiducia personale nei politici, che definisce “medici del benessere degli italiani”, invocando un nuovo Rinascimento fondato sulla grande tradizione dei Romani, dei Medici e dei Gonzaga.
Tra le edizioni, indica il 2017 come la peggiore: Di rose e di spine venne esclusa dalla gara ma divenne colonna sonora di una campagna contro i tumori e sigla de La Milanesiana per volontà di Elisabetta Sgarbi. Il Sanremo più bello resta il 1984, vittoria con Ci sarà accanto a Romina, percepita come trionfale fin dal primo ascolto.
FAQ
Perché Al Bano è ambasciatore mondiale di judo?
Al Bano ricopre da sei anni il ruolo di ambasciatore mondiale di judo, promuovendo i valori educativi della disciplina – difesa, rispetto, disciplina – e prestando la sua voce alla sigla italiana cantata a Parigi durante la chiusura dei giochi.
Come Al Bano vede il rapporto tra sport e violenza?
Considera lo sport strumento di speranza e formazione, opposto alla violenza. Apprezza il judo per il suo codice etico, ma rifiuta la boxe, che interpreta come puro scontro fisico non accettabile, in contrasto con la sua idea di educazione sportiva.
Qual è stato il recente pericolo vissuto a Crans-Montana?
A Crans-Montana, durante il quarantesimo compleanno di Cristel, la famiglia ha sfiorato una tragedia in un locale che il figlio di Al Bano frequentava da anni. L’episodio ha rafforzato in lui la consapevolezza della fragilità della sicurezza percepita.
Cosa racconta Al Bano della sua agenda 2026?
Per il 2026 prevede partecipazioni a Striscia la notizia e Verissimo e concerti in Russia, Azerbaijan e Germania, sottolineando la continuità del proprio impegno sul palco nonostante l’età avanzata.
In che modo Al Bano interpreta il Festival di Sanremo?
Vive il Festival di Sanremo come parte del Dna italiano e come luogo centrale della sua biografia. Dichiara una “sanremite” incurabile, legata all’infanzia povera a Cellino San Marco e a una carriera segnata da vittorie, esclusioni e canzoni diventate simboli popolari.
Qual è la posizione di Al Bano su politica e Eurovision?
Al Eurovision respinge le sanzioni culturali ai popoli, distinguendo tra governi e cittadini. In politica nazionale, chiede ai leader di comportarsi come “medici del benessere” e vota chi gli ispira fiducia, auspicando un nuovo Rinascimento italiano.
Quali sono stati i momenti sanremesi più significativi per Al Bano?
Tra i momenti chiave cita la vittoria del 1984 con Ci sarà, la delusione del 2017 con Di rose e di spine e la reunion del 2015 con Romina e Felicità, poi ripresa nel film Quo vado di Checco Zalone.
Da quale fonte provengono le dichiarazioni di Al Bano?
Le citazioni e i contenuti riportati sono basati sull’intervista originale pubblicata da Libero Quotidiano, di cui questo testo propone una rielaborazione analitica e sintetica.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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