Intervista a Giulia Bianchi, maestra del medio formato FujiFilm

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Ho avuto l’opportunità di intervistare Giulia Bianchi maestra del medio formato FujiFilm, durante la presentazione delle nuove fotocamere. Giulia Bianchi è una fotografa che lavora sulla memoria, la spiritualità e il femminismo, cercando di investigare l’invisibile attraverso la parola, la fotografia e il video.

Ciao Giulia! Sono stata a dare un’occhiata ai tuoi progetti. Non ho visto quello che hai presentato oggi sulle cave di Marmo di Carrara, che mi ha davvero lasciata senza parole. I colori estremamente affascinanti.
Ho visto un approccio in te molto forte e tenace, parli infatti di grandi progetti. Un fotografo che inizia oggi invece spesso ha di fronte anni e anni di gavetta. Come vedi l’arrivare a fare “grandi progetti” e progetti emotivi, lunghi? Come può un fotografo, nel mondo odierno e velocissimo, arrivare a fare una fotografia lunga e ragionata per se stesso, ma che arrivi al grande pubblico?

Guarda secondo me deve fare qualcosa di così lungo, lento e approfondito, proprio per lasciarsi alle spalle la concorrenza. La maggior parte dei fotografi cercherà di fare dei lavori veloci, andando sulla news che tenterà di rivendere. Per me il mio primo progetto a lungo termine era un investimento a lungo termine, sulla mia carriera, e mi posizionava già sul mercato come fotografo di grandi progetti. Oggi i photoeditor ti chiedono di fare di più di quello che hai già fatto.

Io lavoro soprattutto con i giornali. Purtroppo non ti chiederanno la storiella della famiglia dopo il terremoto o una famiglia di immigrati appena arrivati, dove consegni un prodotto di un certo tipo. Ti chiederanno più di quello. Perché come te ci sono altri migliaia di fotografi molto bravi. Fare progetti più lunghi, più approfonditi, dove metti tanto di te, dove approfondisci delle tematiche e vai anche a specializzarti su certi temi è fondamentale. Perché non saprai solo fotografarli, bensì li saprai seguire, gestire, ne saprai parlare, saprai fare inchiesta – fotogiornalismo. Questo ti permetterà di avere accesso ad altri progetti di quel tipo, ma di un livello superiore.

Night view of the right side of the marble basin of Fantiscritti in Carrara, with about 30 quarries and over 30.000 ton per month of extracted marble. The area of Carrara is indeed the most productive in the world with 1 billion of tons of white marble per year.
Photo by Giulia Bianchi

Nel tuo sito effettivamente cercavo i progetti, pensando di trovarne una moltitudine, e invece ne ho trovati pochi ma ben articolati.

Sì, esattamente. Ce n’è anche un altro che non si trova sul mio sito, che si chiama “Un anno di femminismo alla fine dell’impero“, su cui ho lavorato quattro anni ma non è ancora finito perché non ho ancora raggiunto il livello di qualità, coerenza e visione che io richiedo ad un progetto.

Per quanto io sia solo Giulia Bianchi, non un fotografo della Magnum,
è molto importante quello che mostri e quello che non mostri.

C’è una pagina del mio sito che si chiama “Editorial” dove puoi trovare 3 esempi, e probabilmente a gennaio ce ne saranno 6, che sono il meglio di ciò che hai fatto, di ciò che ti definisce e che ti permette di migliorare. Perché poi i giornali, i magazine, i musei, le gallerie e i vari tipi di committenze ti chiederanno di fare di più di quello che hanno visto.

Romhein Boutros is a sculptor of syrian origin living in Carrara since 1982. He teaches how to work the marble in international programs (especially with German speaking countries and the East). He’s currently working on a single piece of marble weighting 60 tons that will become the sculpture of a lion for a private park in New York City.
Photo by Giulia Bianchi

Facendo una differenza “Social = Velocità” e “Stampa = Lentezza” vedo personalmente che hai un’estrema tenacia a prescindere dal fatto che il pubblico sia invece vorace di giudizi. Spesso vedo buttare parole al vento, soprattutto negative, senza aver scavato e senza aver provato in prima persona.
La pazienza è estremamente difficile da mantenere in un lavoro, come dicevamo prima, mentre invece cercare risultati veloci che diano una risposta subito sono all’ordine del giorno nella “massa” e portano alla lamentela facile.
La domanda, a seguito di questa premessa, è la seguente: sui social, come ti comporti con il “grande pubblico dei numeri, della quantità“, rispetto al pubblico della stampa?

Io devo dirti la verità sono molto attiva sui social. Ho raggiunto il numero massimo di persone disponibili per un profilo, ho altre 4500 persone che seguono la mia pagina professionale e poi ne ho diverse migliaia per le diverse pagine dei progetti. Ho una newsletter a cui sono iscritte 2000 persone e spesso faccio uscire i contenuti nella doppia lingua, perché ho un pubblico sia italiano che internazionale, avendo vissuto anche negli Stati Uniti.

Faccio progetti lunghi, di tanta riflessione: ma come è possibile che mi seguano?
Perché condivido il dietro le quinte!

Quindi cosa succede: se è vero che il progetto serio si va a formare nel tempo e ogni volta gli chiedo di avere valore, non è sempre questione di qualità che tiene attaccate le persone alle pagine. Infatti, quello che è di qualità per me può non essere di qualità per qualcun altro. Deve invece avere un profondo valore umano.

Ogni volta mi sforzo di creare un progetto che sia accessibile a più livelli, come un palazzo. Puoi entrare al piano terra, crescere e andare al secondo, terzo o quarto, approfondendo i tuoi personali livelli di lettura. Addirittura alcune gallerie mi criticano per essere troppo pop. “Queste cose sono troppo accessibili! Come è possibile che la massaia possa capire la tua fotografia?“. Invece cerco di fare una fotografia che rifletta su se stessa, sulla rappresentazione dell’altro, sugli stereotipi, sul linguaggio visuale, ma che se la faccio vedere alla casalinga lei ha un impatto emotivo e di scoperta.

Inoltre ogni foto viene abbinato a del testo oppure faccio dei piccoli multimedia. Ogni volta c’è lo sforzo non di condividere la mia foto, che può essere bella come le altre, ma di condividere una storia o un pensiero.

E allora ci saranno persone, donne per esempio, che sul tema delle “Donne prete” mi hanno scritto le peggio cose, mi hanno augurato di morire presto e di bruciare tra le fiamme dell’inferno. Ma molti altri invece hanno dato un feedback positivo, chiedendomi addirittura di andare nei piccoli comuni per una presentazione.

È importante che ogni progetto venga suddiviso in piccole unità. È importante che queste piccole unità vengano condivise con il grande pubblico con una certa frequenza. Io faccio un post la settimana però pensato, dove scelgo accuratamente la foto e il testo e dove cerco di unire la mia esperienza personale al grande tema intellettuale e giornalistico di cui voglio parlare. In questo modo cerco di portare con me chi legge.

La mia grande preoccupazione con le “Women Priest” era che si rompessero le scatole. Il primo anno ok, il secondo anno continui, il terzo pensi “Questa gente non mi seguirà più“. Alla fine questo progetto è uscito su più di 60 riviste e giornali. La settimana scorsa addirittura era su una magazine di fashion, Lampoon. Mi ha chiamato il comune di Bari.

Perché di questi grandi progetti non se ne parla mai abbastanza.

Ogni volta che lo presento inoltre ha una sfumatura diversa. Forse proprio perché è un tema grande e complesso se ne può parlare da così tanti punti di vista!

“Women Priest” Intervista a Giulia Bianchi, maestra del medio formato FujiFilm

Ne abbiamo già accennato prima, ma ogni foto o progetto risente di chi la guarda. Qual è a tuo avviso il dettaglio che può fare la differenza, se esiste?

Innanzitutto il fatto che ogni persona legga l’immagine in un modo diverso è un valore, non un problema. E meno male che è così! Altrimenti staremmo facendo propaganda. Io ti porterei il mio pensiero e tu dovresti essere d’accordo.

Invece la fotografia porta qualcosa di diverso. Infatti se porto del testo cerco di aggiungere un’esperienza, che secondo me è un valore aggiunto.

Per esempio nel progetto di “Women Priest” c’è una foto con due gambe e due mani su di esse. Quella è una foto di reportage, fatta sott’acqua. Poi ovviamente con il giusto white balance da blue vira al giallo e fa in modo che sembri normale. Quella è una foto di una donna prete che esegue una sorta di fisioterapia a una donna che aveva dei dolori alle gambe.

Tolta dal contesto, messa in verticale e con il colore corretto a molti sembrano le gambe di Gesù sulla croce. Per questo funziona. Quando un fotografo scatta una foto, inizia un progetto deve necessariamente mostrarlo a tutta una serie di persone fidate che non si occupano di fotografia, in modo da avere una loro risposta.

Su quella foto, quasi tutte le persone hanno detto “Caspita mi fa pensare a Gesù donna sulla croce“. Chi è stato invece l’unico a non capire questa cosa e ad arrabbiarsi? Le donne prete stesse. Perché molte sono ex-suore che hanno fatto 45 anni in convento e vedere le gambe nude ha fatto loro gridare allo scandalo.

Non puoi togliere una foto che genera conflitto,
bensì iniziare una grande conversazione.

“Guardate che il mondo fuori la vede diversamente“, grandi telefonate e dialoghi. Alla fine mi hanno detto di sì e mi hanno confidato di fidarsi di mi. Tu pensa quindi anche una foto del genere cosa ha fatto scaturire.

Mi stai quindi dicendo che è la persona il valore aggiunto?

Sì Ornella, è proprio così. Tuttavia un fotografo deve essere consapevole della lingua in cui parla, deve sapere i modelli mentali che usa e di come ogni immagine che crea viene recepita dal grande pubblico.

Se prendiamo per esempio una vittima e attraverso il medium fotografico la “vittimiziamo” ancora di più, rendendo il suo sangue ancora più rosso, se rendiamo le sue rughe più cupe, se prendiamo un grandangolo per rendere le sue linee più drammatiche, se iniziamo a mettere un bianco e nero spinto, beh mia madre sembrerebbe una donna sopravvissuta a Chernobyl.

Quindi io fotografo devo sapere come presento le immagini. Per esempio le donne prete non sono presentate con i paramenti perché non è quello il loro tipo di sacerdozio, non è gerarchico, non è legato al potere bensì è legato alla femminilità e alla mistica. Il fotografo è in grado in questo modo di veicolare dei messaggi che manda attraverso l’esperienza che lui vive.

Ti faccio un altro esempio: sto portando avanti un progetto per tra i parroci di San Paolo su “giovani e spiritualità” e sto fotografando i giovani tra i 16 e i 26, di più di 20 religioni. Potevo prendere i musulmani, metterli in una moschea, farli sedere a terra, illuminarli con una luce stupenda e fotografarli. Avrei rinforzato lo stereotipo dei musulmani.

E invece passeggi, ti guardi intorno, gli fai delle domande e capisci che sono diversi dai loro nonni. Le ragazze hanno il velo, ma hanno il tacco a spillo e sono super indipendenti. Per questo devi creare delle immagini del cambiamento visuale che vedi, non dello stereotipo che abbiamo in testa. Poi a questo punto il pubblico reagisce come vuole.

Grazie mille Giulia! A presto.

“A lesser Geography of the Holy Land” Intervista a Giulia Bianchi, maestra del medio formato FujiFilm